Guagnano ricorda Luigi Veronelli: il Negroamaro, la terra e la dignità del vignaiolo

Ottobre 9, 2026
di Luigi Sances

Una via all’ingresso del paese e un convegno nel segno dell’identità rurale: la comunità di Guagnano rende omaggio al maestro che difese i contadini. E una conversazione immaginaria per capire cosa direbbe oggi al Negroamaro e al Salento.

Locandina dell’evento

Ci sono appuntamenti che si aspettano a lungo, e questo era uno di quelli. Guagnano, cuore battezzato della DOC Salice Salentino e terra d’elezione del Negroamaro, ha dedicato una giornata a Luigi Veronelli, nell’ambito delle “Vie di Veronelli”: la cerimonia di intitolazione di una nuova via a lui dedicata, proprio all’ingresso del paese, e poi il convegno con tavola rotonda al Laboratorio di Identità Rurale, in via Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Una giornata così meritava condizioni meteo più ospitali. Invece la pioggia e i disagi che l’hanno accompagnata non mi hanno permesso di esserci, e il dispiacere è grande, perché per me era un appuntamento di grande richiamo. Mi è mancata la possibilità di ascoltare il convegno, moderato da una persona che stimo, Alfredo Polito, con gli interventi di Lucia Veronelli e di GianArturo Rota (che, se non ricordo male dovrebbero essere la figlia e il genero del compianto Veronelli). Penso che sia stato un momento pensato per celebrare un faro del mondo del vino, un punto di riferimento per chi ha riconosciuto nel vino l’autenticità dei territori di produzione e l’identità di chi lo produce. E sono certo che sia stata anche l’occasione per affrontare i temi che oggi interessano il mondo del vino.

Poiché non posso raccontarvi quello che ho visto, vi racconto quello che ho immaginato. Ho provato a costruire una conversazione con Veronelli, per capire cosa direbbe lui, oggi, di questo omaggio e del futuro del Salento vitivinicolo. Resta un esercizio di fantasia, e come tale va letto: le parole che seguono non sono sue, ma il tentativo di restituire, con rispetto, il suo modo di guardare la terra. Nell’anno del centenario della sua nascita (era nato a Milano il 2 febbraio 1926), mi sembra il modo più onesto di dirgli grazie.

GianArturo Rota e Lucia Veronelli

Un gesto che vale più di una targa

Veronelli, ne sono certo, avrebbe accolto l’omaggio con un groppo in gola, ma anche con un certo fastidio per la retorica, che gli fu sempre indigesta. Il valore del gesto non sta nella gloria personale. Sta nel fatto che a compierlo sia un paese di vignaioli del Salento, e che la nuova via sorga proprio all’ingresso del paese, dove chi arriva la incontra per prima.

Per capirlo bisogna ricordare com’era questa terra quando lui iniziò a frequentarla. Una bellezza tragica: una luce e una terra rossa straordinarie, ma un destino da colonia enologica. Per decenni il Salento è stato il grande serbatoio del vino di corpo e di colore, cercato da chi, al Nord e oltre confine, doveva “tagliare” e rinvigorire vini più esili. Le cisterne partivano cariche di Negroamaro e di Primitivo, e a chi coltivava quegli alberelli sotto il sole restava il lavoro, quasi mai la firma. Il vino cambiava nome strada facendo, e con il nome si perdeva anche l’identità di chi lo aveva fatto.

Eppure proprio da questa condizione è nata la riscossa. Con il tempo i vignaioli hanno cominciato a imbottigliare in proprio, e denominazioni come la Salice Salentino (la DOC è del 1976) hanno dato al Negroamaro un volto riconoscibile. Qui Veronelli diventa un compagno di strada: ha gridato per tutta la vita che la dignità del contadino sta nel fare il proprio vino, nella propria bottiglia, con la propria etichetta.

Intitolargli una via significa che quel messaggio è diventato radice. Non è più la battaglia di un critico, è la memoria di una comunità che dal “vino da taglio” si è rimessa in cammino verso il vino con un nome e un cognome. Ed è un punto d’onore per Guagnano aver voluto questo segno di riconoscenza verso un grande uomo.

Il vecchio leone e le sue due trappole

Immagine creata con l’aiuto della I.A.

Il Negroamaro oggi attraversa una fase di appannamento sui mercati, stretto tra il cambio dei gusti, le mode più facili e le fragilità commerciali del territorio. Se Veronelli potesse parlargli direttamente, immagino gli direbbe di non piegare la testa, perché è un vecchio leone. E aggiungerebbe che la colpa non è del vitigno, ma di come lo si è trattato e raccontato negli ultimi vent’anni.

Le trappole, a ben vedere, sono due.

La prima è l’omologazione muscolare. Si è creduto che, per piacere al mondo, il Negroamaro dovesse diventare un concentrato di legno, marmellata, alcol e morbidezze rassicuranti. Così gli si è tolta l’anima. Il nome non è casuale: il Negroamaro ha il colore della notte e una nota amaricante, selvatica, di macchia mediterranea e sapidità marina, che è la sua vera firma. Quando lo si “siringa” di tecnologia per farlo somigliare a un vino internazionale senza volto, si perde chi cercava autenticità e non si conquista chi preferisce vini più beverini. Si resta nel mezzo, che è il posto peggiore.

La seconda è la banalizzazione quantitativa. Un vitigno non conserva il proprio prestigio se lo si trasforma in una riserva inesauribile da scaffale di supermercato, a due euro la bottiglia. La svendita uccide il rispetto, prima ancora del mercato.

La cura, allora, è restituirgli la sua orgogliosa spigolosità. Il Negroamaro è grande quando è schietto: sa di terra arsa, di prugna, di mora, di fico, di mirto, e conserva una spina acida e tannica che lo rende vibrante, gastronomico, vivo a tavola. Chi lo ha bevuto accanto a un piatto della cucina salentina sa che è esattamente così.

Tre consigli ai giovani vignaioli

Luigi Veronelli

Alle nuove generazioni delle Terre del Negroamaro, la sua voce immaginaria lascerebbe una consegna semplice: tornate all’essenziale e all’orgoglio dei luoghi. Tre passaggi la riassumono.

Rifiutare la monocultura industriale. Il Salento è biodiversità: ulivi, grano, legumi, alberelli di vite intrecciati con la pietra calcarea. Il Negroamaro deve tornare a dialogare con il suo paesaggio, non a sostituirlo.

Valorizzare l’alberello. Non è una tecnica del passato, ma un monumento di arte contadina, una scultura viva che resiste alla sete e al caldo estremo e regala acini di concentrazione ed equilibrio irripetibili. Chi svelle gli alberelli per mettere spalliere ad alta resa per la vendemmia meccanica distrugge la storia e il futuro di questa terra.

Avere il coraggio della diversità. Fare Rosati di Negroamaro come un tempo, limpidi e lucenti nella loro veste corallina, sapidi, sferzanti. Fare Rossi che sanno di identità e non di vaniglia da barrique. E non inseguire a ogni costo i mercati di massa o le mode passeggere, dai vini dealcolati in giù.

Se la moda cede il passo, resta la terra

Il senso di tutto è in una frase che questa conversazione immaginaria consegna a chiunque lavori nel vino salentino: se vi cede il passo la moda, resta la terra. Le mode passano, la terra rossa no.

Guagnano, con il suo gesto, ci ricorda che il futuro del Negroamaro non si gioca nel rincorrere ciò che piace altrove, ma nel dire al mondo, con voce libera: questo è il mio Negroamaro, unico, fiero e irripetibile. È l’idea di Veronelli, e oggi è anche quella di una comunità che ha scelto di portarla nel proprio paesaggio.

Un ringraziamento, e una dedica

Come Wine Food Voyage, che da sempre racconta il legame tra cibo, territorio, identità e biodiversità, ci riconosciamo in questa eredità. Per questo, a nome mio e di tutti noi, voglio ringraziare la comunità di Guagnano per la sensibilità dimostrata, chi ha promosso l’iniziativa e chi oggi la rappresenta, il Sindaco François Imperiale.

La comunità, per me, ha dei volti precisi: sono quelli delle persone che a Guagnano conosco e stimo. A loro dedico questo articolo, con un saluto affettuoso: Piero, Roberto, Gianvito, Francesca, Gaetano, Mimma, Mino e tutti gli altri. La prossima volta spero che il cielo sia più clemente, e che mi aspettiate con un calice di Negroamaro!

Luigi Veronelli e Cosimo Taurino legati da grande stima e amicizia

4 risposte a “Guagnano ricorda Luigi Veronelli: il Negroamaro, la terra e la dignità del vignaiolo”

  1. Avatar Roberta Panico
    Roberta Panico

    Bellissimo affresco della terra e del vino frutto di amore e rispetto del viticoltore. Leggendo l’ articolo sembra di assaporare il Salento con il suo figlio di elezione, il Negramaro.

    1. Avatar Luigi Sances

      Grazie Roberta per il graditissimo riscontro

  2. Avatar Annamaria Mele
    Annamaria Mele

    Leggendo l’articolo del direttore Luigi Sances tra immaginazione, fantasia e realtà nel corso degli anni, bisogna solo dire: grazie, maestro Veronelli, che con tenacia e determinazione hai conquistato il MONDO…. Sei l’orgoglio dei guagnanesi. Viva il Negroamaro!

    1. Avatar Luigi Sances

      Grazie Annamaria,
      anche per l’ esagerato “Direttore”, il nostro è solo un blog di appassionati curato dalla omonima Associazione. Nel continuare ad immaginare Veronelli, credo che così su due piedi avrebbe storto il naso, perche’ non gradirebbe una beatificazione laica.Ma sono certo che se avesse conosciuto Annamaria, grande donna , grande amica e grande in cucina ( depositaria di antiche ricette e tradizioni) avrebbe sorriso e certamente gradito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli dall'autore Luigi Sances