Una rotonda sul mare e un “napoletano”

Settembre 25, 2026
di Luigi Sances

Storia del biscotto all’amarena tra le botteghe di Lecce e le estati sulla marina di San Cataldo

Biscotti “napoletani” nella vetrina del Bar Signore in Via Bottazzi – Lecce
Bar SIGNORE – Via Bottazzi Lecce

C’era una volta una rotonda sul mare. Non solo quella di una celebre canzone che ancora oggi, quando parte, riporta tutti indietro a un’estate di musica, balli e amori sul lungomare — ma anche una rotonda vera, con le cabine, il ristorante affacciato sull’acqua e le famiglie che vi trascorrevano intere giornate. Era la Rotonda di San Cataldo, e a Lecce, negli stessi anni in cui quella canzone faceva ballare l’Italia, profumava anche di cacao e frolla appena sfornata.

Perché lì, tra le teglie che uscivano calde dai forni delle pasticcerie della marina, c’era anche lui: il biscotto napoletano, quello che molti conoscono come biscotto all’amarena.

Nonostante una suggestiva ipotesi colleghi il nome del biscotto all’amarena alla “merenna” (merenda) pomeridiana napoletana, si tratta di una pura coincidenza fonetica. Il dolce deve infatti la sua identità all’amarena, tradizionalmente impiegata per dare carattere e legare i ritagli di pan di Spagna e frolla. Una presenza fondamentale che oggi, purtroppo, tende a perdersi: per abbattere i costi e semplificare la produzione, molte pasticcerie hanno infatti virato verso un ripieno prevalentemente al cacao, riducendo l’amarena a una mera striatura rossa tracciata sulla glassa prima della cottura (talune volte sostituita da gelatine di altra frutta).

E’ comunque un dolce nato dall’ingegno delle botteghe napoletane e dalla necessità di non sprecare ciò che era ancora buono. Arrivato nel Salento, per una generazione di leccesi è diventato molto più di una preparazione dolciaria: è diventato memoria. Quella dei bar del centro, delle pasticcerie di una volta, delle merende dopo il mare e soprattutto di quella rotonda che oggi non c’è più, ma che continua a vivere nei ricordi di chi l’ha frequentata.

Napoli ne custodisce la tradizione. Ma a Lecce il biscotto ha scritto una storia tutta sua, fatta di persone, botteghe e ricordi tramandati più attraverso la memoria che attraverso i ricettari.

Biscotti “Napoletani”

L’intelligenza delle botteghe

La logica originaria del biscotto all’amarena appartiene alla cultura delle antiche pasticcerie napoletane: recuperare ritagli e preparazioni ancora idonee al consumo, trasformandole in un nuovo impasto. Pan di Spagna, frolla, cacao, confettura e altri elementi della produzione quotidiana trovavano una seconda vita dentro un dolce nuovo, racchiuso nella pasta frolla e riconoscibile per la caratteristica decorazione superiore.

Era una cucina intelligente, figlia di un tempo in cui il mestiere del pasticciere comprendeva anche la capacità di valorizzare ogni materia prima. Una competenza, non un ripiego.

Ma una volta arrivato a Lecce, il biscotto non è rimasto semplicemente un dolce “napoletano”. È entrato nella vita quotidiana della città.

biscotto “Napoletano”

Una città che si riconosceva da un profumo

Per molti leccesi di una certa età il ricordo non comincia da una ricetta. Comincia da un profumo: quello di cacao e frolla che usciva dai laboratori e arrivava sulla strada.

C’è chi ricorda la Pasticceria di Santa Rosa, chi il Caffè Alvino, chi lega quel sapore soprattutto alle giornate sulla costa. Non erano luoghi isolati, ma parti di una stessa geografia sentimentale della pasticceria leccese.

Dentro quella geografia il napoletano aveva un’identità precisa: più rustico del pasticciotto, intenso nel cacao, morbido nel ripieno, generoso nelle dimensioni. Capace di accompagnare quei momenti in cui un dolce non era soltanto qualcosa da mangiare, ma un’abitudine.

In rotonda, le teglie che finivano sempre

San Cataldo, per Lecce, non era semplicemente la spiaggia della città. Era il luogo dell’estate, della domenica, delle famiglie, delle cabine, delle passeggiate e delle serate.

Al centro di quella vita c’era la grande Rotonda sul mare. Il complesso balneare, nato con il Lido Prete nel 1931, comprendeva centinaia di cabine e un bar-ristorante affacciato sull’acqua; trasformato più volte nel corso dei decenni, fu poi demolito nel 2000.

Oggi la Rotonda non esiste più. Ma nella memoria di tanti leccesi restano il via vai delle famiglie, il rumore delle giornate d’estate e il profumo delle teglie appena sfornate.

Tra quelle teglie c’erano anche i napoletani: interi vassoi tagliati in grandi quadrotti, che arrivavano con il loro odore di cacao e frolla e che, come raccontano le memorie di quegli anni, venivano consumati fino all’ultimo pezzo.

Non era il dolce speciale da riservare a un’occasione. Era uno dei dolci dell’estate: si ordinava insieme ai pasticciotti, si accompagnava al caffè alla leccese, entrava nella ritualità di una giornata al mare. Il pasticciotto restava il simbolo indiscusso della tradizione salentina; il napoletano aggiungeva una nota diversa, più scura, quasi partenopea.

È questa convivenza a raccontare bene la capacità di Lecce di accogliere una preparazione arrivata da fuori e farla propria.

Immagine creata con l’aiuto della I.A.: il biscotto napoletano gustato presso la “rotonda” di San Cataldo

Tito Schipa, Primo Carnera e una tavola sul mare

La storia della Rotonda è anche una storia di incontri. Le fonti dedicate al Lido ricordano tra i suoi frequentatori Tito Schipa, il celebre tenore leccese, che passava da quei luoghi quando tornava in zona d’estate, e Primo Carnera, campione mondiale dei pesi massimi, ospite del nostro tenore di grazia, avvistati insieme al ristorante della Rotonda.

Nomi che sembrano appartenere a un’altra epoca, ma che dicono quanto quella struttura fosse un punto di riferimento della vita estiva salentina — la stessa atmosfera, fatta di mare, musica e mondanità, che successivamente un motivo di Fred Buongusto avrebbe reso colonna sonora di un’intere estati italiana. A San Cataldo, quell’atmosfera non era solo canzone: era vita vissuta, ogni giorno, sul lungomare.

Intorno a una tavola affacciata sul mare si incontravano la quotidianità balneare dei leccesi, la mondanità dell’epoca e una cucina che non aveva bisogno di essere sofisticata per diventare memorabile.

E in mezzo a tutto questo c’era anche un biscotto. Una presenza apparentemente piccola, capace però di legarsi indissolubilmente al ricordo di un’estate — e attraverso di essa a una parte intera della vita cittadina: la Lecce delle pasticcerie, dei bar, delle domeniche, la Lecce che d’estate si spostava verso il mare.

Dove ritrovarlo oggi

Con il passare degli anni il napoletano è diventato sempre più raro nei banchi salentini.

Al Bar Signore, però, quella memoria è ancora viva. I gestori, legati anche al ricordo di Santa Rosa, conservano la tradizione di una Lecce in cui questo dolce aveva un posto preciso nella quotidianità. E c’è un legame professionale significativo: il pasticciere che ne ha mantenuto la lavorazione aveva appreso il mestiere, e questa preparazione, nell’ambiente del Caffè Alvino.

È un dettaglio che racconta molto, perché le ricette viaggiavano soprattutto attraverso l’apprendistato: da un laboratorio all’altro, da un pasticciere a un altro, per gesti e proporzioni più che per iscritto.

Anche alla Pasticceria Pinti il biscotto all’amarena appartiene alla stessa grammatica dolciaria, ma oggi non è prodotto di banco: viene preparato su richiesta. Un particolare piccolo e rivelatore, perché dice qualcosa sulla sorte di molti dolci della memoria. Non sono scomparsi: semplicemente non fanno più parte della produzione quotidiana. Restano lì, e quando qualcuno li cerca tornano a raccontare una storia.

La ricetta che vive nelle mani

Biscotto “Napoletano” o “all’amarena”

Per chi volesse riprodurre in casa quel sapore, si parte da una frolla classica, lavorata in modo da conservarne la friabilità. Il cuore nasce da pan di Spagna o biscotti secchi sbriciolati, cacao amaro, confettura di amarene e una componente aromatica, secondo la tradizione e la sensibilità di chi lo prepara. Il composto viene racchiuso nella frolla formando un filone che, cotto e raffreddato, si taglia in porzioni; la superficie si completa con la glassa bianca e le sottili striature scure che rendono il dolce immediatamente riconoscibile.

Nemmeno qui, però, si tratta di una formula immutabile: come spesso accade nella pasticceria tradizionale, sono le botteghe ad averne custodito proporzioni, gesti e piccole differenze.

Recuperare sì, ma con responsabilità

Il racconto del napoletano consegna anche una riflessione che va oltre la nostalgia.

Parlare di dolce di recupero non significa che qualunque avanzo possa diventare ingrediente. Al contrario: il recupero richiede professionalità, conoscenza e responsabilità. Si recuperano materie prime e preparazioni ancora integre, correttamente conservate, sicure e compatibili con il nuovo prodotto. Non tutto ciò che resta in laboratorio può essere riutilizzato e, soprattutto, non tutto ciò che è tecnicamente utilizzabile dovrebbe esserlo. La qualità sta proprio nel riconoscere questo limite.

Un ingrediente alterato, mal conservato o semplicemente inadatto compromette il risultato e, nei casi più seri, solleva problemi di sicurezza alimentare. Il recupero non può diventare un alibi per abbassare la qualità.

Il principio vale anche per altri dolci del Sud — dai fruttoni a quello che in alcune zone del Brindisino chiamano “biscotto dello studente” — dove il riutilizzo ha senso solo quando dietro c’è qualcuno capace di distinguere ciò che può ancora diventare ingrediente da ciò che va scartato.

Immagine costruita con aiuto della I.A. : Teglie di “napoletani” appena sfornati

Il vero recupero non è mettere insieme degli scarti. È dare una seconda vita a ciò che è ancora buono, trasformandolo in qualcosa di buono, sicuro e riconoscibile. E quando una preparazione appartiene alla memoria di una comunità, c’è una responsabilità in più: preservarne la referenzialità, quella riconoscibilità che permette a chi la assaggia di ritrovare il prodotto che la memoria gli aveva consegnato.

È questa, forse, la differenza tra una ricetta di recupero e una tradizione.

Riprendiamo insieme quel profumo

Wine Food Voyage APS raccoglie testimonianze, fotografie, ricordi e ricette di famiglia legati al biscotto napoletano a Lecce e nelle sue marine, e si mette a disposizione per creare una rete tra le pasticcerie che vorranno riprenderne la produzione. Se avete una memoria da raccontare, una teglia da rimettere in forno o semplicemente voglia di partecipare, scriveteci (mail: winefoodvoyage@gmail.com ): costruiamo insieme una mappa di chi lo prepara ancora.

Biscotti “Napoletani”

Ma l’invito non si ferma ai “napoletani“.

Mandateci il ricordo di qualsiasi cibo o bevanda che vi abbia emozionato: il dolce di una nonna, il pane di un forno che non c’è più, una bottiglia stappata in un giorno importante, il piatto che vi riporta a una persona. Non servono ricette perfette né fotografie professionali. Serve la memoria, quella vera, con il nome del luogo, il periodo e le persone che c’erano.

Da questi frammenti vogliamo provare a costruire un Atlante del cibo di tradizione e delle emozioni del nostro Salento: una mappa collettiva in cui ogni ricordo diventa un punto, e ogni punto restituisce un pezzo della nostra identità.

Perché il compito più bello della cucina della memoria non è conservare soltanto le ricette, ma salvare i luoghi, le persone e le emozioni che quelle ricette hanno attraversato.

E qualche volta, per farlo, basta riaccendere un forno.


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