Lequile, il canto spezzato della terra: quando il fuoco arriva fino alla tavola
Dall’incendio dell’impianto di stoccaggio dei rifiuti alla biodiversità delle campagne: quando l’ambiente viene ferito, anche il nostro rapporto con il cibo ci chiede di fermarci a riflettere.

C’è un Salento che spesso attraversiamo senza davvero guardarlo.
È quello degli ulivi, dei muretti a secco, delle campagne apparentemente spoglie, delle piante che crescono ai margini dei campi e che qualcuno sa ancora riconoscere, raccogliere, portare in cucina. È una parte della nostra identità. E Lequile ne è un frammento importante.
Per questo l’incendio che ha interessato la pineta e l’impianto di stoccaggio dei rifiuti non può essere soltanto una notizia di cronaca. Le fiamme si sono spente, ma restano le domande: sull’ambiente, sulla salute del territorio, sulle possibili conseguenze per ciò che cresce nelle campagne. Perché il fumo non conosce recinzioni. E quando attraversa un territorio agricolo, inevitabilmente ci porta a chiederci che cosa possa accadere alla terra e, più avanti, alla nostra tavola.
Dopo il fuoco, la terra da ascoltare
La prima cosa da fare è distinguere la preoccupazione dai fatti.
Non sappiamo, senza i risultati delle analisi, se vi sia stata una contaminazione delle campagne. Sappiamo però che un incendio di questa natura rende necessario verificare cosa sia accaduto all’aria, al suolo, all’acqua, alla vegetazione. E un’indicazione concreta è già arrivata: a seguito dell’incendio, i Comuni limitrofi, tra cui anche Lecce, sentiti i competenti uffici della ASL, hanno invitato in via precauzionale a lavare accuratamente frutta, ortaggi e verdura coltivati nelle aree vicine alla zona interessata dai fumi, proprio in considerazione della possibile esposizione.
È una raccomandazione che non deve generare allarmismo, ma che invita a una maggiore attenzione.

E qui va detto con chiarezza un punto che riguarda non solo Lequile, ma ogni impianto di questo tipo: quando si parla di prevenzione e sicurezza — soprattutto per strutture come gli ecocentri, che per loro natura gestiscono materiali sensibili — quelle misure non possono fermarsi al cancello o alla ringhiera che delimita l’azienda. Un ecocentro non è un’isola: è inserito in un territorio agricolo, respira la stessa aria dei campi vicini, condivide lo stesso suolo, la stessa falda. La sicurezza pensata solo “dentro il perimetro” è una sicurezza incompleta, perché il rischio — come il fumo — non si ferma dove finisce la proprietà. Va pensata, e verificata, all’altezza di ciò che sta fuori: le campagne, le colture, chi raccoglie e chi coltiva.
Perché quando parliamo di ambiente e agricoltura, la domanda è inevitabile: dove finisce l’incendio e dove comincia il suo possibile effetto sul cibo? La risposta dovrà arrivare dai controlli e dalle analisi. Ma nel frattempo possiamo imparare a guardare diversamente ciò che ci circonda.
“Il Giardino sotto il naso”: quando le erbe raccontano un territorio
Per farlo abbiamo cercato la voce di due amici di Wine Food Voyage, Betty ed Elia de “Il Giardino sotto il naso”, realtà impegnata nella conoscenza, nella valorizzazione e nella divulgazione del patrimonio delle piante spontanee e del loro rapporto con la cultura alimentare e contadina.

Il loro lavoro parte da un’idea semplice ma potente: quello che spesso chiamiamo “incolto” può essere, in realtà, un mondo ricchissimo. Le erbe spontanee, ci spiegano, non sono soltanto una risorsa alimentare: sono patrimonio da custodire e raccontare, traccia di una cultura contadina nella quale le piante selvatiche facevano parte dell’alimentazione quotidiana e della vita domestica.
E allora viene spontaneo chiedere loro cosa accade quando quel patrimonio viene attraversato dal fuoco.
Dopo un incendio, cosa succede alle piante spontanee?
Betty ed Elia precisano innanzitutto di non voler dare una risposta tecnica, non essendo agronomi o biologi. Ma la loro prima osservazione è forse la più immediata e dolorosa: dopo un incendio, le piante muoiono. Macchia mediterranea, querce e arbusti che hanno impiegato anni, talvolta decenni, a crescere possono andare distrutti in poche ore. E anche quando qualche pianta riesce a sopravvivere, resta la necessità di capire in quali condizioni si trovi il terreno e se vi siano sostanze che possano comprometterne la raccolta e l’utilizzo.


Una pianta sana è davvero un ambiente sano?
Non necessariamente. Betty ed Elia sottolineano come alcune piante spontanee possano crescere rigogliose anche in terreni ambientalmente compromessi: l’aspetto della pianta, da solo, non basta per stabilire se un ambiente sia sicuro. Dopo un evento come quello di Lequile, secondo loro, sarebbe quindi necessario attendere le verifiche e sospendere la raccolta del selvatico nelle aree interessate, fino a quando non vi siano elementi sufficienti per considerarla sicura. È un passaggio fondamentale: conoscere una pianta non significa conoscere automaticamente il luogo nel quale è cresciuta. E chi raccoglie erbe spontanee dovrebbe conoscere entrambe le cose.
Imparare a vedere ciò che abbiamo sotto il naso
C’è un’immagine di Betty ed Elia che forse racconta meglio di molte altre il valore del loro lavoro: conoscere e riconoscere le piante, studiarne gli usi antichi e moderni, può capovolgere del tutto il modo in cui guardiamo una campagna apparentemente abbandonata e spoglia. Un campo che prima sembrava vuoto può improvvisamente diventare pieno di vita. E questa conoscenza può aiutarci ad apprezzarlo e, soprattutto, a non maltrattarlo.


È qui che la biodiversità smette di essere una parola astratta. Per loro significa ricchezza: decine di piante diverse che convivono nello stesso spazio e che troppo spesso vengono semplicemente definite “erbacce”. Una ricchezza che può arrivare anche sulla tavola, diversificando un’alimentazione che rischia di diventare sempre più uniforme.
E forse è proprio questa una delle chiavi per comprendere il rapporto tra ambiente e cibo: più conosciamo ciò che cresce intorno a noi, più diventiamo consapevoli del valore di quel luogo.
Quando scompare una pianta, scompare anche una storia
La perdita della biodiversità, spiegano Betty ed Elia, porta con sé anche la perdita delle conoscenze. Una pianta può essere un piccolo pezzo di identità: una storia antica, un uso, una ricetta, un modo di vivere. Quando quella pianta scompare dalla natura, rischia di scomparire anche ciò che rappresenta. E lo stesso accade quando viene meno una persona capace di riconoscerla e utilizzarla. Per questo Betty ed Elia ritengono fondamentale trasmettere ai più giovani la conoscenza delle piante spontanee e del patrimonio che rappresentano.


È un pensiero che porta la vicenda di Lequile molto oltre l’incendio. Perché ciò che rischiamo di perdere non è soltanto una porzione di vegetazione. È un pezzo di territorio, e della memoria che quel territorio custodisce.
La terra come dono (omaggio a fratel Enzo Bianchi)
Scriviamo queste righe nel giorno in cui l’Italia dice addio a un uomo che della terra e del silenzio aveva fatto una vocazione: fratel Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, recentemente scomparso a Torino. A lui, che per una vita intera ha insegnato a guardare il creato non come un possesso ma come una responsabilità affidata, vogliamo dedicare questa riflessione.

Il suo pensiero ci ricorda che la terra non è soltanto lo spazio nel quale viviamo e produciamo: è ciò che rende possibile la nostra vita, ed è a noi affidata, non posseduta da noi. In questa idea di custodia c’è una responsabilità che oggi, all’indomani dell’incendio di Lequile, appare particolarmente attuale.
L’incendio ci interroga ben oltre la cronaca. Ci chiede quale rapporto vogliamo avere con le campagne che coltiviamo, con le piante che ancora crescono spontanee, con il cibo che da quella terra arriva sulle nostre tavole. Custodire il territorio non significa soltanto intervenire quando accade un’emergenza: significa conoscerlo, ascoltarne i segnali, proteggerne gli equilibri.
Il cibo comincia dalla terra
Forse è questa la conclusione più semplice.
Prima del piatto c’è un campo. Prima dell’olio c’è un ulivo. Prima del vino c’è una vigna. Prima di una cicoria spontanea raccolta e cucinata c’è un luogo nel quale quella pianta è cresciuta.
Ecco perché non possiamo davvero valorizzare ciò che mangiamo se non conosciamo il territorio dal quale proviene. Lo dicono con forza anche Betty ed Elia: se non camminiamo nella natura, se non impariamo a riconoscere le piante e a comprenderne il valore, rischiamo di ignorare ciò che ci circonda — e di non accorgerci nemmeno quando quel patrimonio va letteralmente “in fumo”.
Il loro messaggio è forse il più importante che possiamo raccogliere dopo l’incendio di Lequile: non possiamo avere il controllo su tutto ciò che accade, ma possiamo scegliere quanto conoscere, quanto osservare, quanto difendere. Perché fino a quando una comunità non comprenderà il valore di un campo pieno di erbe selvatiche, sarà più difficile difenderlo. E il rischio, avvertono Betty ed Elia, è quello di una progressiva desertificazione del Salento.

Il fuoco ha spezzato il silenzio di Lequile. Ora spetta a noi ascoltare ciò che resta.
Perché la salute del cibo comincia dalla salute della terra. E una terra che continua a nutrirci non può essere considerata una terra qualsiasi: è un patrimonio. E un patrimonio, prima ancora di essere utilizzato, deve essere custodito.

