L’oro verde tra storia e nuova narrazione : l’olivicoltura nel meridione d’Italia
Il paesaggio dell’olivo nel Mezzogiorno italiano si manifesta allo sguardo come un mosaico di calcare squillante e foglie argentee, dove alberi torti sfidano il vento e i versanti collinari. Dalle pianure a ridosso dei mari alle colline tenute insieme da una fitta trama di muri a secco e tratturi, l’olivicoltura rappresenta una pratica agricola millenaria che affonda le proprie radici nella storia più profonda, modellando non solo l’economia ma l’identità stessa di questi comprensori. Se la viticoltura ha conosciuto espansioni alterne, l’olivicoltura si è imposta come l’elemento identitario per eccellenza nel medioevo meridionale, una presenza costante che ha saputo resistere ai secoli e alle trasformazioni sociali.

Un viaggio a ritroso nel tempo, guidato dalle fonti storiche, ci svela una diffusione apprezzabile dell’olivo già nel Duecento in Campania, tra le terre della badia della Santissima Trinità a Cava de’ Tirreni e i territori del Cilento. Anche la Costiera Amalfitana, con i suoi terrazzamenti scoscesi, conobbe in quell’epoca uno sviluppo significativo, sebbene la produzione non bastasse a coprire l’intero fabbisogno locale. Già allora l’olio di Napoli e Gaeta varcava i confini del Mediterraneo per raggiungere Costantinopoli e le coste del Nord Africa, segnale inequivocabile di una qualità già allora riconosciuta. La Calabria non rimase certo a guardare, con l’olivo segnalato nel Cosentino e lungo le direttrici ioniche e tirreniche fin dall’XI secolo. In epoca sveva le testimonianze si moltiplicarono, offrendoci aneddoti preziosi come quello del 1223, quando il monastero del Patirion pagava l’affitto di pascoli sulla Sila con lagene di olio secondo la misura di Rossano, elevando il prodotto a vera e propria valuta di scambio.

Ma è la Puglia a detenere il ruolo di protagonista assoluta in questa narrazione secolare. Già nel XII secolo si attestava la presenza di vere e proprie oliveta, formazioni compatte e specializzate, spesso protette da recinzioni in pietra. Le città di Molfetta, Conversano e Monopoli vantavano terreni dove la densità degli alberi raggiungeva numeri impressionanti per l’epoca. Un celebre documento federiciano del 1234 testimonia persino la selezione varietale nel Monopolitano, citando cultivar come la furkatenka, l’olkarta e la cellina, quest’ultima ancora oggi apprezzata. La sapienza agronomica pugliese si manifestava precocemente anche attraverso la pratica degli ensita olivarum, gli innesti eseguiti sugli oleastri selvatici delle Murge e del Gargano, dimostrando una cura e una ricerca del miglioramento produttivo che non aveva eguali.

Nel tardo Medioevo questa vocazione divenne una monocultura identitaria. Alla fine del Trecento gli abitanti di Monopoli dichiaravano con orgoglio che non esisteva risorsa più utile del frutto degli ulivi, mentre nel 1463 la popolazione di Ostuni legava esplicitamente la ricchezza della città alla “possessione de olive“. Il paesaggio descritto dai cronisti del Cinquecento, come Leandro Alberti, restituiva l’immagine di una distesa ininterrotta di alberi che da Trani giungeva quasi fino a Taranto, talvolta in armoniosa consociazione con mandorli e carrubi. Questa biodiversità storica, documentata tra il XIV e il XV secolo, sottolineava la capacità degli agricoltori meridionali di far convivere specie diverse nello stesso appezzamento, massimizzando la resa di una terra generosa ma difficile.

Tuttavia, risalendo oggi la penisola salentina verso sud, questa narrazione millenaria sembra interrompersi bruscamente, costringendoci a un doloroso cambio di paradigma. L’avvento della Xylella Fastidiosa ha trasformato parte di questo territorio in un laboratorio di archeologia del presente. Gli alberi monumentali, un tempo pilastri di un’economia vivissima e testimoni silenziosi del Medioevo, appaiono oggi come scheletri grigi, rovine vegetali che segnano il paesaggio come i resti di un’epoca passata. Il turismo oleario e la cultura agricola stessa stanno mutando pelle, passando dalla celebrazione del rigoglio alla gestione di una memoria ferita. La sfida odierna è duplice: da un lato la ricostituzione produttiva attraverso varietà resistenti che ridisegnano la geometria dei campi, dall’altro la creazione di una nuova narrazione che non sia solo bucolica.

L’olivicoltura del Mezzogiorno rimane comunque un patrimonio immateriale da sostenere e tutelare, ma oggi richiede di essere guardata con occhi nuovi. Non è più solo una risorsa eterna e immutabile, bensì un bene fragile da difendere con la scienza oltre che con la poesia. Visitare oggi un frantoio ipogeo o camminare tra i patriarchi verdi della Terra di Bari, dove la produzione resiste con forza, significa compiere un atto di consapevolezza paesaggistica. L’olio di domani dovrà saper raccontare non solo la sua storia gloriosa, ma anche la capacità di questa terra di sopravvivere a un’apocalisse vegetale, trasformando la ferita in un’occasione di rinascita tecnica e culturale per le generazioni future.

Non ci resta che porci alcune lecite domande: alla luce della millenaria storia dell’olivicoltura meridionale, che ha visto l’uomo modellare il paesaggio con innesti e muretti a secco fin dal Medioevo, come possiamo oggi bilanciare la necessità di una ricostituzione agricola rapida e intensiva (resa necessaria dalle fitopatie) con la tutela di un paesaggio monumentale che è, per definizione, immodificabile e storico? È possibile mantenere l’identità culturale di una regione se l’architettura vegetale che l’ha definita per secoli cambia drasticamente nelle sue forme e nelle sue varietà? Spetta alle aministrazioni centrali dettare nuove linee di coesistenza per cui, tra, magari un paio di secoli, il paesaggio agricolo potra donare quel sentimento d’appartenenza che ogni comunità ha coltivato e perpetuato con olivo e la gestione dei suoli troppo fragili.


