Prope Castrum Unciola
Viaggio nel palinsesto agrario della pianura bolognese, tra monaci, canali e vite labrusca

I. Il paesaggio come documento
Ci sono paesaggi che mentono per eccesso di evidenza. La pianura bolognese è uno di questi: piatta, percorsa da strade dritte come pensieri militari, costellata di capannoni e rotatorie che sembrano il residuo indifferente di un’alluvione industriale, eppure, a saperla leggere, essa è un testo stratificato, un palinsesto che conserva sotto ogni strato di asfalto e ogni fila di pioppi la memoria lunga di chi ha modellato questa terra, la ha asciugata, lavorata, seminata, evangelizzata, bonificata e poi bevuta. Si arriva ad Anzola dell’Emilia da occidente, lungo la via Emilia, la direttrice romana che da Rimini a Piacenza incide la pianura come una cicatrice razionale, traccia di una volontà imperiale che non ha mai smesso di condizionare l’insediamento umano in questa parte d’Italia. Il territorio si distende tra il torrente Lavino a levante e il Samoggia a ponente, due acque limacciose, antiche, capricciose, e la prima cosa che colpisce chi arriva con lo sguardo allenato alla lettura dei paesaggi agrari non è ciò che si vede, ma ciò che si indovina: la geometria nascosta dei campi, l’ordine sotterraneo dei canali di scolo, la logica invisibile che governa la distribuzione delle corti rurali lungo la pianura. Questo non è un paesaggio spontaneo. È un paesaggio costruito, consapevole, frutto di un’intenzione millenaria che ha trasformato l’acqua da nemico in alleata.

II. Prope Castrum Unciola: la prima firma sul territorio
La prima menzione documentale di Anzola risale all’VIII secolo. Una formula notarile, secca e densa come tutte le formule notarili dell’alto Medioevo, registra la dicitura Prope Castrum Unciola, nelle adiacenze del castello di Unciola, antico nome derivato dalla misura fondiaria dell’oncia, in riferimento al Monastero Cassinese di San Martino, sito nel luogo poi denominato Casale Marzano. Il convento era situato nelle immediate vicinanze del castello di Anzola, lungo la via Predosa. Non è una citazione decorativa. È una firma. Il monastero cassinese, cioè appartenente alla tradizione benedettina che da Montecassino si irradiava per tutta la penisola, è il primo attore documentato nella storia di questo territorio. Prima ancora del comune, prima della parrocchia consolidata, prima delle famiglie signorili e delle controversie confinarie, c’è un cenobio benedettino che registra, archivia, possiede. I primi atti pubblici riferiti ad Anzola sono datati 888 e parlano del monastero benedettino di San Martino, adiacente all’attuale chiesa parrocchiale: una continuità liturgica e fondiaria che attraversa undici secoli senza interruzione apparente. Chi erano questi monaci cassinesi? Non reclusi contemplativi nell’accezione romantica del termine, ma operatori fondiari di straordinaria competenza tecnica, uomini che la Regula Benedicti aveva formato alla cultura del lavoro manuale, ora et labora, certo, ma soprattutto recide et boni: dissoda e trasforma. La Regola di Benedetto, attraverso il lavoro, imponeva ai monaci un confronto diretto con il creato e con i beni della terra: le comunità cenobitiche avevano bisogno di stabilità economica per sopravvivere, e quella stabilità si costruiva con la gestione di patrimoni fondiari sempre più estesi, con criteri agronomici mutuati dall’antichità classica e adattati alle caratteristiche dei luoghi, dei suoli, dei climi. Ad Anzola, il suolo era ricco e insidioso insieme: argilloso, limoso, soggetto agli impaludamenti stagionali, attraversato da acque che potevano essere risorsa o catastrofe a seconda delle stagioni. I monaci lo sapevano. Ed è a loro, e ai secoli di lavoro collettivo che seguirono, che si deve la prima grande trasformazione idraulica di questo territorio: attorno al Mille, i monaci benedettini avviarono le prime opere di bonifica delle acque stagnanti, tracciando quella rete di canali di scolo che ancora oggi costituisce l’ossatura idraulica invisibile della pianura anzolese. Un’opera che i nobili Zambeccari, possidenti nella zona di San Giacomo del Martignone, avrebbero continuato a partire dal XV secolo, e che l’Ottocento avrebbe ulteriormente perfezionato tra liti di confine, controversie sui corsi degli scoli, argini contesi tra proprietari terrieri animati da interessi confliggenti. La pianura che oggi si attraversa in automobile, con la sua rete di canalette bordeggianti le strade poderali, è dunque il prodotto di una volontà monastica primigenia. Ogni fossato è un documento. Ogni argine è una stratificazione.

III. La vite e il monaco: storia lunga della Labrusca
C’è un filo che collega Virgilio, Catone, Varrone, che nelle loro opere parlano di una Labrusca vitis, vitigno selvatico dai frutti aspri cresciuto ai margini delle strade, al bolognese Pier De Crescenzi, che nel suo trattato di agricoltura del Trecento per primo suggerisce sistematicamente di prendere in considerazione la coltivazione della vite labrusca per ricavarne vino. Quel filo attraversa secoli di cultura contadina emiliana, si annoda nelle corti monastiche, fermenta nei tini delle famiglie mezzadrili, e arriva fino alla pianura tra Bologna e Modena, dove la labrusca è diventata Lambrusco: non più selvatico, ma coltivato, disciplinato, eppure ancora conservante qualcosa di irriducibile, di ctonio, di primordiale nel suo profumo di viola e more, nella sua bolla impulsiva e rossa. La zona di Anzola dell’Emilia si colloca in un punto geograficamente privilegiato e produttivamente ambiguo: il confine tra la provincia di Bologna, dove la viticoltura della pianura esprime soprattutto il Lambrusco dell’Emilia IGT e le varietà locali come il Montù, e la provincia di Modena, patria del Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC, dei suoli limoso-argillosi classificati come Sant’Omobono franca limosa argillosa, con indici di Winkler tra i 1900 e i 2000 gradi giorno. Una terra di confine vitato, dunque, dove le denominazioni si sovrappongono e i vitigni si mescolano seguendo logiche pedologiche più antiche di qualsiasi disciplinare ministeriale. È in questa fascia di transizione che si colloca l’Azienda Agricola Martelli, situata tra Manzolino ed Anzola dell’Emilia, sul limite stesso tra le due province. La sua posizione geografica, fortunata, come la definisce la stessa azienda, e la fortuna in enologia è sempre il nome della vocazione, le consente di coltivare contemporaneamente il Pignoletto, tipico della zona bolognese con le sue note fresche e le sue bollicine fini, e il Lambrusco Grasparossa, cuore rosso della tradizione modenese. Il risultato è un Lambrusco dell’Emilia Amabile IGT che non rivendica denominazione di origine ma porta in sé la sintesi di due culture vitivinicole adiacenti: un vino di frontiera, come spesso i vini migliori sono vini di frontiera. La viticoltura emiliana in questa pianura è rimasta a lungo ciò che la descrive meglio: un’attività principalmente familiare, trasmessa di padre in figlio, con superfici medie di vigna inferiori ai due ettari, estranea alla logica delle grandi tenute nobiliari che caratterizza altre regioni vitivinicole italiane. I vigneti da cui nascono questi vini non sono scenografie per turisti enofili: sono campi lavorati da mani che conoscono la terra, tra cui crescono anche i filari, dove il vino è ancora il residuo fermentato di un rapporto diretto, corporeo, irriducibile tra l’uomo e il suolo.

IV. Caratteri rurali: una fenomenologia della pianura
La pianura bolognese non si offre allo sguardo come un paesaggio pittoresco. Bisogna conquistarla con la pazienza dell’entomologo o del medievista: stare fermi, aspettare, guardare oltre la superficie immediata. I caratteri che la definiscono sono quattro, e si intrecciano come le voci di un contrappunto: l’acqua, la terra, la corte, il tempo.
L’acqua è il principio formativo di tutto. La pianura bolognese occidentale, quella che comprende Anzola, Ponte Samoggia, San Giacomo del Martignone, Lavino di Mezzo, è una terra che ha dovuto imparare a convivere con l’eccesso idrico prima ancora di trasformarlo in risorsa. I torrenti Lavino e Samoggia, capricciosi e stagionali, hanno per secoli minacciato gli insediamenti con le loro piene primaverili e autunnali; i canali di bonifica hanno risposto a questa minaccia con la geometria, trasformando l’anarchia idraulica in sistema. .
La terra è qui limosa, argillosa, profonda, pesante agli aratri antichi, generosa nelle stagioni giuste. Suolo di pianura, esente dallo scheletro grossolano delle terre di collina, capace di trattenere l’umidità e di restituirla alle radici della vite con la lentezza dovuta. Una terra che i monaci di San Martino hanno conosciuto metro dopo metro, dissodando, drenando, seminando; una terra che le mezzadrie novecentesche hanno lavorato con i buoi prima e con i trattori poi; una terra che ancora oggi, nei campi a mais e frumento che alternano le poche vigne rimaste, porta impressa la memoria di ogni aratura.
La corte è l’unità elementare del paesaggio insediativo padano: un nucleo edilizio compatto, casa padronale, stalla, fienile, pozzo, aia, che strutturava l’organizzazione produttiva e sociale della mezzadria. La via Emilia è storicamente caratterizzata da insediamenti di tipo lineare, dove le corti si dispongono lungo l’asse stradale a intervalli regolari, come le perle di una collana che segue il filo dritto della consolare romana. Oggi molte di queste corti sono abbandonate o trasformate in depositi industriali; alcune sono state recuperate come residenze; poche conservano ancora una funzione agricola. Ma la loro forma rimane leggibile nel paesaggio, persino quando i tetti sono crollati e i muri sono avvolti dall’edera: l’architettura rurale come documento della durata.
Il tempo è la quarta dimensione. La pianura bolognese ha la capacità rara di mostrare simultaneamente strati temporali diversi: la centuriazione romana leggibile nella geometria dei campi, l’idraulica monastica medievale nei canali di scolo, le trasformazioni ottocentesche nelle arginature, la modernità industriale nei capannoni che punteggiano la via Emilia. Non è il tempo lineare dei manuali scolastici: è il tempo stratigrafico dell’archeologo, dove il presente è solo l’ultimo deposito su una sequenza lunghissima di depositi precedenti, nessuno dei quali è definitivamente sepolto.
V. Il viaggio come metodo
Percorrere questo territorio senza fretta, a piedi se si può, in bicicletta lungo le strade arginali, in automobile rallentando nei centri storici dei paesi, è un esercizio di restituzione. Si restituisce attenzione a ciò che l’accelerazione contemporanea ha reso invisibile. Si restituisce profondità temporale a un paesaggio che la logistica e la pedemontana hanno appiattito sulla sola dimensione dell’utilità.
Fermarsi a Casale Marzano a cercare le tracce del monastero di San Martino, scomparso come struttura fisica ma ancora presente come toponomastica, come memoria parrocchiale, come orientamento degli edifici storici, è cercare la firma dell’VIII secolo in un palinsesto che l’VIII secolo non ha mai del tutto cancellato. Fermarsi nell’azienda tra Manzolino e Anzola a guardare i filari di Lambrusco Grasparossa è leggere in filigrana, in quei grappoli compatti e impulsivi, la tradizione di Varrone e De Crescenzi, la labrusca vitis che i Romani non riuscivano a domare e che i monaci hanno trasformato in cultura. Bere un bicchiere di Lambrusco dell’Emilia nel momento in cui la nebbia padana comincia a salire dai canali nelle sere di novembre, quella nebbia densa, bianca, ctonia, che risale dalla terra come se la terra respirasse, è un atto che contiene dentro di sé tutta la storia di questo territorio: l’acqua che è stata fatica e poi risorsa, la terra che è stata palude e poi vigna, il monaco che è stato colonizzatore e poi custode, il contadino che è stato servo e poi proprietario. La pianura bolognese non è bella nel senso corrente della parola. Ma ha qualcosa di più prezioso della bellezza decorativa: ha profondità. E la profondità, a differenza della bellezza, non si vede a prima vista. Si conquista, lentamente, con la pazienza di chi sa che ogni superficie è l’inizio di uno scavo.

Note di riferimento
- Monastero cassinese di San Martino, Casale Marzano: prima citazione documentale (Prope Castrum Unciola, VIII secolo); atti pubblici datati 888; Congregazione Cassinese/benedettina; bonifiche avviate intorno al Mille.
- Azienda Agricola Martelli (tra Manzolino e Anzola dell’Emilia): produzione di Lambrusco dell’Emilia Amabile IGT e Pignoletto; posizione di confine tra province di Bologna e Modena.
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