Dopo Pasqua, cosa resta sul tavolo — e cosa può diventare
Il paradosso dolce degli italiani: compriamo, doniamo, sprechiamo. Tre voci salentine ci mostrano la via della seconda vita.

Una mezza colomba pasquale avvolta nella pellicola, due uova di cioccolato ancora intatte, qualche frammento di fondente sul ripiano.
E la domanda che nessuno dice ad alta voce: “e adesso che ce ne facciamo?“
La risposta, troppo spesso, è gettarli via — quasi di nascosto, quasi con vergogna. I numeri lo confermano senza appello: l’86% degli italiani acquista uova di cioccolato e dolci tipici per sé o come regalo, ma uno su tre indica proprio questi prodotti come i più sprecati durante le festività. I dolci pasquali guidano la classifica degli sprechi domestici, davanti a pane, secondi piatti, tutto il resto. È il paradosso della tavola più generosa dell’anno: la più abbondante, e la più sprecata.
Il conto si fa ancora più amaro guardando ai prezzi. Federconsumatori ha rilevato un rincaro medio del 5,2% rispetto al 2025 sui prodotti pasquali: le colombe segnano +7%, le uova di cioccolato +6%, con punte dell’8% per i formati piccoli — in parte per i rincari storici del cacao sui mercati internazionali, in parte per i costi energetici ancora in pressione. Si paga di più per poi gettare di più. Il conto lo saldiamo due volte — una alla cassa, una nel silenzio del cestino.

Eppure in quel mezzo uovo di fondente, in quella colomba che odora ancora di mandorle e canditi, non c’è un avanzo. C’è una materia prima straordinaria che aspetta soltanto uno sguardo diverso. Il cioccolato di un uovo di qualità è cioccolato vero — temperato, lavorato, con percentuali di cacao spesso superiori a quelle dei blocchi da cucina. La colomba è un lievitato d’autore: ore di impasto, burro di qualità, uova, aromi naturali, una glassa che molti pasticceri faticano a replicare. Gettarli via non è solo un errore economico. È quasi un tradimento verso le mani che li hanno creati!
Abbiamo chiesto a tre voci del territorio — due maestri pasticceri di autentica vocazione artigianale e un sommelier e cultore del gusto di lungo corso — di raccontarci la loro via al riuso. Non come ripiego. Come scelta consapevole, come atto di cultura.



C’è un paese nel cuore del Salento profondo, tra ulivi secolari e il profumo lontano del mar Jonio, dove la pasticceria è diventata un atto di appartenenza. Ad Andrano, in provincia di Lecce, la Pasticceria Arte e Gusto Ciddini è molto più di una bottega dolciaria: è un presidio culturale, un luogo dove la dolcezza incontra territorio, gusto e memoria. E dietro c’è sempre Daniele Leomanni — pasticcere di formazione, anima creativa, uomo del Sud che conosce il valore delle cose perché le ha viste nascere dalla terra.
La sua cifra stilistica è riconoscibile a chi sa guardare: radici profonde nel territorio, tecnica sopraffina, la capacità rara di coniugare bellezza estetica e sostanza aromatica. Il laboratorio è anche caffetteria e gelateria — un luogo aperto, accogliente, profumato, dove i sapori del Salento si incontrano con la cortesia di chi sa ricevere. Le materie prime sono quelle del territorio: ingredienti autentici, spesso dimenticati, che Daniele riporta al centro con rigore e passione. Una filiera corta che è prima di tutto una scelta culturale. Il frutto più emblematico di questa vocazione ha un nome antico, dialettale: cornula. Carruba: Silenziosa, dimenticata, straordinaria. Leomanni l’ha rimessa al centro della sua ricerca gastronomica e identitaria, trasformandola in dolcetti, grissini, creazioni originali che raccontano la terra con ogni morso. Arte e Gusto Ciddini è stata selezionata tra i primi Presìdi del Cibo Identitario del Salento proprio per questo lavoro — e Wine Food Voyage lo sostiene con convinzione.
Sul tema del riuso, Leomanni ha le idee chiarissime. «In pasticceria il termine stesso dice tutto. Uno dei tasselli fondamentali del laboratorio è che non si spreca. Cambia forma, trova nuova vita — mantenendo sempre centrale l’economia di tutto ciò che sta a monte.» Le uova di Pasqua avanzate non sono avanzi: sono cioccolato. Si rompono, si sciolgono, si rimodellano in tavolette arricchite con granelle di pistacchio, nocciola, mandorla. Diventano crunch croccanti, farciture per torte, anime di semifreddi, coperture per mousse. La forma cambia, il valore resta — anzi, cresce.
Sulla colomba avanzata, però, Leomanni entra nel cuore della tecnica e rivela l’errore più comune nelle cucine domestiche: usare latte o liquidi acquosi per ammorbidirla. «L’acqua crea terreno fertile per muffe e ossidazioni. La soluzione è la bagna alcolica — preparata intorno ai 32 Baumé — che rende il prodotto asettico, gli conferisce morbidezza e apre a nuovi profumi.» Non inzuppare: accarezzare con misura. Una differenza sottile che in laboratorio si impara presto, e che a casa può cambiare radicalmente il risultato. Granelle di pistacchio e frutta secca completano il quadro, rendendo il prodotto più ricco senza tradirne l’identità originale.
Ma ciò che rende davvero straordinario il contributo di Leomanni è il salto — naturale, inevitabile — dalla tecnica alla visione: «Vivo in una piccola comunità dove il riflesso della famiglia ha ancora un ruolo. Il sistema sta fagocitando, attraverso la mancanza di tempo, una pseudo-realtà basata sul luccichio dell’immagine. Il mio punto di vista è l’inversione. Prima si sprecava meno e si condivideva di più — un’economia felice, rispetto a una apparentemente più ricca e di puro consumo.» Parole che vengono dal banco di lavoro e arrivano lontano.



C’è una Lecce che profuma di scorze d’agrumi e pasta frolla, di lieviti lenti e di mani che conoscono il tempo. È la Lecce di Tommaso Murciano — pasticcere di autentica vocazione artigianale, costruita mattone dopo mattone attraverso anni di gavetta nelle migliori pasticcerie del leccese e del brindisino, fino a Roma, dove ha affinato tecnica e sensibilità presso la storica pasticceria Il Cigno, istituzione del quartiere Parioli e tempio della grande tradizione dolciaria italiana. Un percorso segnato anche dall’incontro decisivo con il Maestro Oscar Pagani di Brescia, riferimento assoluto nel mondo dei grandi lievitati: è qui che Murciano ha coltivato la sua attenzione profonda per panettoni, colombe e lievitati d’eccellenza, capendo che dietro ogni alveolo c’è una storia di cura, di tempo e di rispetto.
Oggi, con il laboratorio di Viale Giacomo Leopardi a Lecce, Tommaso ha finalmente lo spazio per esprimere appieno la sua identità. La Pasticceria Murciano è un laboratorio artigianale a tutto tondo, dove la tradizione salentina dialoga con l’innovazione senza tradirsi. I pasticciotti — nelle versioni classica, frolla al cioccolato, ricotta, amarena e Nutella — sono un punto fermo, così come il goloso Babáciotto, che unisce crema e babà in un guscio di frolla. Nella viennoiserie, Tommaso ibrida l’anima italiana con le tecniche di sfogliatura francesi, dando vita a cornetti bicolore e maritozzi dal profilo personalissimo. Scelta rigorosa delle materie prime, rispetto dei tempi di lavorazione, orientamento verso prodotti green label: una filosofia che non ammette deroghe. Su questo progetto autentico e promettente Wine Food Voyage scommette con convinzione per Colombe d’Autore 2026.
Ed è proprio nel mondo della colomba che Murciano ha elaborato la sua risposta più creativa al tema del riuso. I Colombini nascono da un’intuizione semplice e potente: la colomba avanzata — sbriciolata, asciugata, ridotta in polvere — non è uno scarto ma il cuore aromatico di un biscotto nuovo. «La colomba non è un avanzo», spiega con la pacatezza di chi sa esattamente dove vuole arrivare. «È un lievitato complesso, ricco di burro, uova, aromi. Sbriciolandola per farne un biscotto non si declassa — si trasforma. Si porta in un’altra forma, altrettanto nobile.»

Il risultato è un biscotto che non tradisce le sue origini: chi lo assaggia riconosce qualcosa — un’eco di mandorla, una nota di agrume, il fondo rotondo del cioccolato — senza riuscire esattamente a nominarlo. È il sapore della Pasqua distillato in un morso. L’idea di imprimervi un timbrino a forma di colomba — la scritta Colombino sulla superficie dorata, come i biscottini di prima infanzia ma in chiave artigianale — chiude il cerchio con eleganza: dalla festa al laboratorio, dal dono al gesto quotidiano. La sostenibilità che diventa identità. Il riuso che diventa firma.



Ci sono persone che cambiano vita davvero. Non per capriccio, non per moda — ma perché a un certo punto il percorso che avevano tracciato non li conteneva più. Simone Cassatella è una di queste. Dopo un’esperienza decennale come avvocato in ambito civile e commerciale, ha scelto la strada più difficile e più onesta: ricominciare da ciò che amava. Oggi è sommelier per professione e appassionato di cucina per vocazione — una figura rara, che Wine Food Voyage conosce e stima come tra le più preparate del territorio.
Sommelier autonomo, volutamente svincolato dalle grandi associazioni nazionali di categoria, Cassatella porta nel bicchiere la stessa precisione analitica che per anni ha applicato agli atti giuridici. Conduce degustazioni con disinvoltura in italiano, inglese e portoghese, usando un linguaggio tecnico appropriato che non fa mai sentire l’interlocutore escluso. Il rigore dell’avvocato al servizio del piacere del gusto: una combinazione che raramente delude.
Ed è con lo stesso rigore che ha affrontato il tema del riuso pasquale. «Ho scelto il tiramisù», racconta con la sobrietà pragmatica di chi è abituato a motivare le proprie decisioni, «perché era l’unica preparazione che mi permettesse di recuperare entrambi — la colomba e il cioccolato dell’uovo di Pasqua. Se avessi fatto il cannolo, come avevo inizialmente pensato, avrei potuto usare solo la colomba. Mi sembrava riduttivo rispetto all’obiettivo.» Una scelta ponderata. Da avvocato, appunto — ma stavolta al servizio della tavola.
Il risultato è un tiramisù che non ha nulla da invidiare all’originale — e per certi versi lo supera. La colomba, più soffice e aromatica del savoiardo, assorbe il caffè in modo diverso, più delicato, restituendo strati di profumo che il biscotto industriale non può offrire. Il cioccolato pasquale — fondente, al latte o bianco, a seconda dell’uovo avanzato che avete in casa — stratifica il dolce di note diverse, trasformando ogni versione in qualcosa di personale, irripetibile.

Niente fronzoli, niente effetti speciali: solo una ricetta solida, pensata, capace di trasformare ciò che resta del tavolo di Pasqua in qualcosa che vale la pena preparare di nuovo — e di condividere. Perché alla fine, che si tratti di diritto o di pasticceria, di un’arringa o di un tiramisù, ciò che conta è che nulla vada sprecato. Né un argomento. Né una colomba.
Tre voci, un solo pensiero
Leomanni, Murciano, Cassatella. Un pasticcere del Salento profondo custode di frutti dimenticati, uno del capoluogo barocco con il rigore di chi ha imparato dai grandi maestri, un ex avvocato riconvertito alla cultura del gusto. Mondi diversi, linguaggi diversi — eppure tutti e tre approdano allo stesso porto: il riuso non è una concessione alla necessità, è un atto di cultura. Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è il più controcorrente in un’epoca che ha costruito il proprio immaginario sull’abbondanza usa-e-getta.
La tecnica come forma di rispetto
Ciò che colpisce nei contributi dei due maestri pasticceri è la centralità della tecnica — non come ostacolo, ma come strumento di rispetto verso la materia. Leomanni insegna che il nemico del riuso domestico non è la mancanza di fantasia ma la mancanza di conoscenza: sapere che l’acqua favorisce le muffe e l’alcool le contrasta trasforma un gesto istintivo in una scelta consapevole. Murciano dimostra che la semplicità richiede più padronanza della complessità: un biscotto di recupero ben fatto — con le dosi giuste, il riposo giusto, la mano giusta — è più difficile da concepire di una torta elaborata partita da zero. Dietro ogni alveolo, come ha imparato dai grandi lievitisti, c’è una storia di cura.
Il punto di vista di chi viene da fuori
Il contributo di Cassatella è prezioso proprio perché porta dentro l’articolo lo sguardo di chi non ha un laboratorio, non ha una bilancia di precisione, non ha anni di formazione alle spalle. Ha però qualcosa di raro: cultura del cibo profonda, rigore metodologico, la capacità di scegliere la preparazione giusta per l’obiettivo che si è dato. Recuperare entrambi, la colomba e il cioccolato, con un’unica preparazione. Un approccio che qualunque famiglia può fare proprio — e che dimostra come l’antispreco non sia appannaggio esclusivo dei professionisti, ma una competenza che si costruisce con curiosità e consapevolezza.
Quello che i numeri non dicono
I dati che aprono questo articolo raccontano uno spreco strutturale. Ma nascondono anche qualcosa di incoraggiante: il 18,3% degli italiani dichiara già di riutilizzare gli avanzi pasquali in ricette antispreco, e quasi uno su due prevede di sprecare meno quest’anno rispetto al passato. È una minoranza in crescita, spinta tanto dalla consapevolezza civica quanto dalla pressione concreta dei prezzi. Questi tre contributi sono per loro — e per chi vuole raggiungerli. Non una predica. Una ricetta.
Il Sud come bussola
C’è un filo che attraversa sottotraccia tutti e tre i contributi: il territorio. Andrano, Lecce, la tradizione dolciaria salentina, la carruba dimenticata e ritrovata, il pasticciotto reinterpretato senza tradirlo. In questa geografia del gusto il riuso trova voci così naturali e convinte perché qui non ha mai avuto bisogno di un hashtag per esistere. Nelle cucine del Sud Italia — quelle della Murgia, del Salento, della Capitanata dove nasce questa rivista — il recupero non era una filosofia: era semplicemente il modo di fare le cose. Si faceva e basta. Oggi, in un momento storico in cui si parla di economia circolare con il tono solenne dei convegni, queste cucine e questi banconi di laboratorio hanno qualcosa da insegnare al resto del Paese. Basta avere la pazienza, e il piacere, di ascoltarli.
Il cioccolato che resta sul tavolo dopo Pasqua non chiede pietà. Chiede attenzione. E quella, in cucina come nel bicchiere, è sempre la prima forma di rispetto.

