“Panettoni d’Autore 2025”

Dicembre 9, 2025
di Luigi Sances

Metodo, Sensazioni e Territorio – Sei Grandi Lievitati Raccontati al Palato

di Luigi Sances

Durante una degustazione, quando vorresti proporre contenuti tecnici, non si cercano “effetti speciali” ma percezioni e valutazioni che tendano alla oggettività. La lama affonda, la mollica si apre, l’alveolo racconta. Il panettone è materia viva che parla. Ognuno di essi diventa una mappa del tempo, del lievito, della mano che ha saputo aspettare.

La degustazione del 5 dicembre 2025 a Trepuzzi, per me oltre che narrazione è stata anche “analisi” solitaria, secondo una precisa griglia di un rigoroso codice sensoriale, ma la degustazione – se è vera – non resta mai solo analisi: diventa esperienza. Diventa ascolto di ciò che il pasticcere/lievitista ha voluto dire attraverso giorni di lavorazione, ore di attesa, scelte coraggiose sulle materie prime.

Lettura di un Panettone

Prima di entrare nei profili sensoriali, è necessario dichiarare il metodo. Non esiste degustazione oggettiva assoluta, ma esistono protocolli che rendono l’analisi replicabile e onesta.

I profili sensoriali osservati

1. Pasticceria Calciano – Pera e Chocorhum

Un panettone che sa cosa vuole dire e lo dice con chiarezza.

Alla Vista: Appare come un panettone che ha trovato equilibrio: cupola fiera senza arroganza, crosta color ambra uniforme, scarpatura che si apre senza strappi violenti. I bracci della croce sono equidistanti, profondi, segno di mano esperta che sa dove deve incidere.

Dentro, la mollica è calda nel colore – un dorato carico che racconta tuorli freschi e burro buono. Gli alveoli sono regolari, né troppo grandi (segno di lievito acetico spinto) né troppo fitti (segno di impasto troppo compatto). Respirano lentamente, come polmoni sani. La pera affiora come vetro ambrato, traslucido, ancora umido. Il cacao non invade la scena ma accompagna in striature eleganti, mai grossolane.

CALCIANO PASTICCERIA : Il Panettone Pera e Chocorhum

Al Naso: Arriva prima il fondente – intenso ma pulito, senza note di bruciato o di tostatura eccessiva. È cacao vero, non copertura industriale. Poi si fa strada la frutta: la pera matura, quasi caramellata, con quella dolcezza carnosa che ricorda l’autunno. Infine emerge il calore del rhum: non è alcol aggressivo che brucia, ma distillato invecchiato che scalda con eleganza. Tre voci che non si sovrappongono mai, ma dialogano rispettandosi.

Sotto tutto questo, un sottofondo discreto ma fondamentale: il burro fresco (non troppo presente), la vaniglia naturale (bourbon, non vanillina sintetica), un accenno di agrume che alleggerisce la complessità.

In Bocca: Entra morbido, quasi vellutato. La texture è quella di un impasto ben idratato, con maglia glutinica sviluppata correttamente. La dolcezza non aggredisce: si presenta con educazione, subito bilanciata dall’amaro gentile del cacao fondente. Poi arriva l’acidità della pera – non quella artificiale dell’acido citrico aggiunto, ma quella naturale della frutta candita bene – che solleva il palato, lo risveglia. La chiusura è quella che separa un panettone buono da uno memorabile: il passo è lungo, caldo, il rhum ritorna dopo la deglutizione con note che ricordano frutta secca, spezie dolci, una leggera sensazione termica che perdura. Non brucia, non disturba: accompagna.

Coerenza Tecnica: Qui nulla è lasciato al caso. Dolce, amaro e alcolico convivono perché il lievito madre è sano (lo raccontano gli alveoli regolari), il burro è pulito (nessuna nota rancida), le fermentazioni sono state rispettate (la mollica non è secca, non è elastica). Le 75 ore di lievitazione dichiarate si sentono: c’è profondità, c’è complessità, c’è stratificazione gustativa che solo il tempo lento può costruire.

2. Bonifanti – Glassa alla Nocciola e Cioccolato

Un panettone che è monumento alla tradizione piemontese.

Alla Vista: La crosta è un manto lucido, quasi cerimoniale. La glassa spessa (3-4 mm) forma uno strato perfettamente aderente, decorato con generosa granella di nocciole tostate e scaglie di cioccolato fondente. Non è decorazione superficiale: è dichiarazione d’intenti. Sotto questo sigillo, la cupola è dorata in modo uniforme, la scarpatura profonda ma delicata.

Dentro, la mollica è gialla carica – colore che dichiara alta percentuale di tuorli e burro senza vergogna. Gli alveoli sono medi, leggermente irregolari (segno di lievitazione naturale rispettosa, non forzata), attraversati da pezzi generosi di cioccolato fondente che emergono come gioielli scuri incastonati nell’oro.

Al Naso: Il profumo è quello delle grandi pralinerie piemontesi: nocciola calda appena tostata, intensa fino all’ipnosi. Non è nocciola cruda, non è pasta industriale: è Tonda Gentile delle Langhe tostata al punto giusto, dove gli zuccheri caramellano senza bruciare. Si intrecciano sentori di cacao amaro, latte caldo, burro chiarificato, caramello biondo. C’è una complessità olfattiva aristocratica, quasi austera nella sua perfezione. Note di vaniglia naturale, un fondo leggermente torrefatto che ricorda caffè d’orzo.

BONIFANTI: Panettone Glassato con pezzi di Cioccolato

In Bocca: Il contrasto è la chiave interpretativa: la glassa si rompe con uno scrocchio netto, poi la mollica accoglie con vellutata morbidezza quasi cremosa. Due texture opposte che dialogano perfettamente, creando dinamismo. La masticazione è avvolgente: il cioccolato si scioglie lentamente sprigionando tutta la sua complessità (note cacao, vaniglia, leggera tostatura). La nocciola domina la scena ma con classe – non opprime, lascia spazio al cioccolato che emerge in chiusura con leggera astringenza tannica che pulisce. La persistenza è lunghissima, quasi infinita: supera il minuto, continua a evolversi nel palato. Ritornano nocciola, cacao, burro in onde successive, come maree gustative.

Coerenza Tecnica: È un panettone ricco, grasso, opulento – quasi barocco nella sua abbondanza. Non chiede scusa per la sua ricchezza: la governa con maestria. Il lievito madre tramandato dal 1932, accudito quotidianamente da Ivano Milanesio da oltre 40 anni, si sente: c’è una stabilità strutturale, una sicurezza nella costruzione che solo decenni di esperienza possono dare. Gli impasti di tre giorni raccontano una storia di pazienza che si traduce in texture perfetta.

3. Fiasconaro – Tradizionale

Non pesa mai: entra come brezza, resta come memoria

Alla Vista: Appare slanciato, luminoso, quasi solare. La cupola è alta e maestosa, la scarpatura si apre come un fiore con i quattro petali ben definiti. La crosta è dorata brillante, quasi lucida – segno di zuccheratura superficiale naturale che avviene durante la cottura quando gli zuccheri migrano verso l’esterno. Dentro, la mollica è di un giallo intenso, quasi dorato – racconta la ricchezza di tuorli freschi siciliani. Gli alveoli sono larghi, irregolari ma ben distribuiti, testimonianza di lievitazione vigorosa ma perfettamente controllata. I canditi di arancia emergono come gemme traslucide, ancora lucidi e succosi – non mummificati, non secchi. Sono canditi veri, preparati internamente con processi lenti che preservano struttura e succo del frutto.

Al Naso: Esplode la Sicilia: zagara in fiore (il profumo dei fiori d’arancio che in primavera invadono l’isola), scorza d’arancia fresca appena grattugiata con gli oli essenziali ancora volatili, cedro candito dolce e resinoso. Dietro questa esplosione mediterranea emerge il burro fresco, la vaniglia naturale, un accenno di miele di zagara che lega tutto con dolcezza floreale e calda. Non c’è pesantezza nordica: c’è leggerezza mediterranea, aria di mare non lontano.

FIASCONARO: Panettone Tradizionale

In Bocca: Non pesa mai. Questa è la caratteristica distintiva: entra con leggerezza quasi aerea. Prima il burro – intensamente burroso ma fresco, quasi latteo. Poi l’esplosione agrumata: i canditi rilasciano oli essenziali al primo morso, invadono il palato con acidità vivace e profumi penetranti. La dolcezza è sempre presente ma mai stancante, continuamente bilanciata dall’acidità naturale degli agrumi siciliani (le arance di Ribera DOP hanno questa caratteristica: dolci ma con una vena acida importante). La chiusura è pulita, rinfrescante – quasi come mordere una scorza fresca. C’è un ritorno di agrume che risveglia il palato, invita al morso successivo senza saturare. È panettone che non sazia nel senso negativo: invita a continuare.

Coerenza Tecnica: Le lievitazioni oltre 36 ore si sentono nella texture setosa, nella capacità della mollica di mantenere umidità senza essere gommosa. La freschezza percepibile racconta burro freschissimo e gestione attenta dell’acidità. Fiasconaro ha trasformato il panettone milanese in dolce mediterraneo senza tradirne la grammatica: ha cambiato il lessico (agrumi siciliani al posto di uvetta ) ma ha rispettato la sintassi (lievitazione naturale, tempi lunghi, rispetto del processo).

4. Bonfissuto – Frutti di Bosco, Glassa Cioccolato Bianco

Un panettone che divide, ma che non lascia indifferenti.

Alla Vista: Visivamente colpisce per modernità dichiarata: glassa al cioccolato bianco lattiginosa, quasi madreperlacea e scaglie di frutti di bosco disidratati. L’effetto cromatico è vibrante: bianco puro, viola intenso, rosso rubino. Non cerca la classicità: cerca l’attenzione, la rottura dello schema. Dentro, la mollica rivela venature violacee intense – lampone, mora, mirtillo distribuiti in modo generoso ma non casuale. L’alveolatura è più fine e compatta rispetto ai precedenti, segno di impasto più idratato e lavorato. La struttura è più “chiusa”, quasi da pan brioche evoluto, ma tecnicamente coerente con la scelta di frutta fresca parzialmente disidratata che rilascia umidità.

Al Naso: Olfattivamente il lampone sale subito, vivo, quasi irriverente. L’acidità è pungente, pizzica le narici con vigore giovanile. La mora selvatica segue con note più dolci e terrose. Dietro emerge la dolcezza lattica del cioccolato bianco – quasi burrosa, che ricorda panna dolce montata. C’è una componente floreale sottile, quasi di rosa canina, che rende il profilo complesso e intrigante. Non è profumo tradizionale di panettone: è dichiarazione di rottura generazionale.

BONFISSUTO: Panettone Frutti di Bosco con glassa al cioccolato bianco

In Bocca: L’acidità arriva prima di tutto – viva, pungente, risvegliante. È impatto quasi aggressivo che divide: o affascina o respinge. Poi il cioccolato bianco prova a carezzare, a smussare, a bilanciare con la sua dolcezza marcata e avvolgente. Il contrasto acido-dolce è netto, senza mediazioni. La chiusura è lunga, con ritorno fruttato che rinfresca e richiama – quasi come dopo aver mangiato frutti di bosco freschi.

Coerenza Tecnica: È un panettone coraggioso che non cerca consenso facile: cerca attenzione, vuole sfidare. Tecnicamente è onesto: la gestione della pasta madre è scientifica (lo racconta l’alveolatura regolare anche se fine), le fermentazioni seguono curve studiate. Ma è sbilanciato volutamente verso il contrasto. Non è panettone per tutti i palati, ma è dichiarazione di contemporaneità che merita rispetto.

5. Alda – Pancotogno (con Cotognata)

Un panettone che è atto di resistenza culturale e territoriale.

Alla Vista: Fuori non ostenta: cupola bassa, rustica, senza pretese estetiche da pasticceria patinata. La crosta è sottile, morbida, che ricorda più il pane casalingo che il dolce da vetrina. La scarpatura è appena accennata – quasi timida. Ma c’è onestà in questa semplicità. Dentro è compatto ma soffice, fitto di memoria. La mollica è color avorio chiaro, quasi bianco latte – colore che racconta meno tuorli, più rispetto per la tradizione del pane dolce contadino. I pezzi di cotognata emergono come inserti ambrati, gelatinosi, regolarmente distribuiti. Gli alveoli sono piccolissimi, molto fitti – testimonianza di lievitazione lentissima e rispettosissima, senza forzature. È la firma della pazienza artigianale.

Al Naso: Il profumo è quello delle cucine lente, delle nonne che cuocevano per ore: mela cotta che domina prepotente ma senza violenza, caramello leggero che ricorda zucchero sciolto nel rame, cannella in polvere che scalda, scorza di limone grattugiata che alleggerisce. C’è una componente quasi resinosa, balsamica, che ricorda la frutta cotta a lungo nei pentoloni di rame – quel profumo denso che riempiva le case d’inverno. È profumo caldo, domestico, rassicurante. C’è autenticità e adesione a tradizione che custodisce ricette centenarie.

Alda dolci tradizioni: Pancotogno

In Bocca: La cotognata è vera, riconoscibile, non addomesticata. Si sente la mela cotogna – frutto dimenticato, quasi estinto nei mercati moderni – con la sua morbida texture leggermente elastica, quasi gelatinosa, e il suo sapore pulito di frutta vera. Non aromi artificiali, non essenze sintetiche: solo mele cotogne cotte lentamente con zucchero e limone fino a diventare pasta densa e profumata.

La dolcezza è equilibrata, mai eccessiva o stancante. La chiusura è lievemente acidula (la cotognata mantiene acidità naturale del frutto), rinfrescante, con ritorno persistente di spezie dolci che scalda senza bruciare. È panettone che narra, che profuma di memoria collettiva.

Coerenza Tecnica: Gli alveoli piccolissimi e fittissimi raccontano tutto: qui la lievitazione è stata lentissima, forse le più lunghe tra i panettoni degustati. Non ci sono state forzature, non ci sono stati tagli di strada. Il lievito madre è stato lasciato lavorare con i suoi tempi naturali, senza fretta. È presidio di memoria, testimonianza che esistono ancora laboratori dove il tempo non è variabile da comprimere.

6. Bernardi Cioccolato – Pesca e Primitivo

Un panettone che è dichiarazione d’identità territoriale.

Alla Vista: La vista è calda, dorata, attraversata da bagliori di pesca. La cupola è regolare e ben sviluppata, con screpolature naturali che raccontano lievitazione vigorosa e rispettata. La scarpatura è profonda, segno di lavorazione manuale attenta – non simulata con incisioni superficiali come fanno alcuni industriali. Mollica dorato intenso e caldo, struttura soffice ma tenace. Gli alveoli sono di media dimensione, ben distribuiti – testimonianza di fermentazione equilibrata, senza eccessi.

Al Naso: Il naso sorprende: non è profumo classico di panettone. La pesca sciroppata apre con dolcezza carnosa e avvolgente – quasi estiva, fuori stagione in dicembre. Poi emerge prepotente il vino rosso: ciliegia matura sotto spirito, prugna secca, note di Primitivo riconoscibili (quel carattere caldo, alcolico, speziato del vitigno pugliese). Un accenno di spezie dolci (cannella, chiodi di garofano, noce moscata) nella fase di chiusura. Il sottofondo è intensamente burroso, con sentore quasi di pasta frolla che ricorda le crostate della tradizione contadina pugliese. È profumo che racconta territorio, memoria estiva portata nel cuore dell’inverno, tradizione familiare del pesca-e-vino trasformata in lievitato natalizio.

BERNARDI CIOCCOLATO: Panettone Pesca e Primitivo

In Bocca: Non cammina dritto: cammina profondo, con stratificazioni inaspettate. La dolcezza fruttata iniziale è immediata, quasi esplodente, travolgente – è la pesca candita che rilascia zuccheri e succo. Poi accade qualcosa di raro in un dolce: si sviluppa progressivamente la componente tannica del Primitivo. È astringenza tannica che asciuga parzialmente il palato, introduce complessità strutturale inedita. Le spezie dolci emergono nella fase centrale, scaldano senza bruciare. La chiusura è lunga, calda, avvolgente. Ritorno speziato persistente che continua a evolversi.

Coerenza Tecnica: La gestione meticolosa dei grassi è stata applicata all’impasto con risultati straordinari. La morbidezza è quasi cremosa, l’elasticità è superiore alla media. Al tatto si percepisce che questo panettone invecchierà bene: l’umidità residua è perfettamente calibrata, la struttura è stabile. Le 48 ore di lievitazione dichiarate si sentono nella profondità gustativa.

Il Manifesto della serata

Il Manifesto della serata è che il panettone non è più un semplice dolce stagionale, che non c’è più periferia né centro, non ci sono più “piccoli” e “grandi“, non c’è più divario qualitativo netto tra Nord e Sud, tra nomi storici affermati e giovani realtà coraggiose. C’è competenza diffusa, c’è rispetto del processo, c’è volontà di eccellere. Non è democratizzazione al ribasso: è maturità diffusa verso l’alto.

Il Tempo Come Ingrediente Fondamentale

Tutti e sei i panettoni testimoniano rispetto sacrale del tempo: Calciano oltre 75 ore, Bonifanti tre giorni, Fiasconaro oltre 36 ore, Bonfissuto curve studiate, Alda lievitazione lentissima (gli alveoli piccolissimi lo urlano), Bernardi 48 ore. Non ci sono scorciatoie, non ci sono accelerazioni chimiche. Il tempo è ingrediente fondamentale quanto farina e burro. E si sente: c’è profondità, c’è complessità, c’è stratificazione che solo l’attesa paziente può costruire.

Gli Abbinamenti

Gli abbinamenti proposti si son tutti rilevati funzionali: hanno permesso di pulire, rinfrescare, preparare il palato al morso successivo. Il Vermouth della storica casa torinese Ballor 1856 (recentemente acquisita dalla famiglia Bonollo) nasce dalla miscelazione di vino con blend di erbe . Le botaniche esaltano le note liquorose del Rhum del panettone e alleggeriscono la componente cacao, creando dialogo aromatico complesso. La storia di Ballor è affascinante: fondata nel 1856 da tre amici (Paul Ballor botanico, Henry Freund visionario, Emilie Roussette viaggiatrice instancabile) che si incontrarono su un treno diretto a Torino. Da quell’incontro nacque un’azienda che attraversò 160 anni, esportando liquori in tutta Europa. Il Vermouth Ballor ha funzionato perfettamente sia con il panettone di Calciano perché entra in punta di piedi, non copre, non sovrasta: entra in punta di piedi, pulisce il palato dalla ricchezza del burro e del cacao, poi restituisce spezia. Le botaniche (assenzio, achillea, chiodi di garofano, origano, vaniglia, cannella) esaltano le note liquorose del rhum creando risonanza aromatica. Il sorso prepara al morso successivo senza saturare. Con Bonifanti, il Vermouth della casa torinese Ballor 1856 non è solo tecnica: è geografia. Piemonte nel dolce (nocciola delle Langhe), Piemonte nel bicchiere (vermouth torinese). La consonanza è quasi simbiotica: le spezie dolci del Ballor si sposano perfettamente con le tostature della nocciola, mentre l’amaro gentile del vermouth pulisce il palato dalla ricchezza grassa eccessiva. È abbinamento territoriale, quasi pedagogico nella sua perfezione.

Il Moscato liquoroso Ambar delle storiche Cantine Florio (fondate nel 1832 a Marsala)ha dimostrato una versatilità sorprendente creando un riconciliante incontro. Con Fiasconaro costruisce una conversazione spontanea tra due prodotti che parlano la stessa lingua: quella della Sicilia. Il moscato amplifica le note di scorza e i sentori di miele senza sovrastare. Le note floreali del vino (zagara, gelsomino, acacia) creano ponte aromatico perfetto con gli agrumi canditi. La leggera effervescenza pulisce il palato preparando al morso successivo. È equilibrio mediterraneo, solare, che scalda l’anima. Con Bonfissuto, il moscato bilancia l’acidità pungente dei frutti e sottolinea il lato lattico del cioccolato bianco. Le note di pesca bianca e albicocca del vino creano ulteriore strato aromatico, rendendo l’esperienza più complessa. La dolcezza del moscato non compete: dialoga, crea armonia tra opposti che stavano litigando.

L’Amaro Salento Classico della Distilleria Mazzotta (oltre 45 botaniche, premiato a Londra 2020 come Miglior Liquore alle Erbe del Mondo) fornisce detergenza aromatica straordinaria. E’ stato l’abbinamento rivelazione: con Alda ha creato contrasto pedagogico, le erbe amare (genziana, cardo, rabarbaro, china, assenzio) e le radici puliscono il palato dalla dolcezza persistente della cotognata. Le note balsamiche e mentolate esaltano la componente speziata (cannella, limone). Il contrasto amaro-dolce dona slancio verticale e lunghezza al finale, trasformando dolce rustico contadino in esperienza degustativa complessa e stratificata. Con Bernardi l’Amaro Salento Classico ha esaltato la territorialità. Anche in questo caso è il territorio che si guarda allo specchio. L’amaro esalta il carattere vinoso e leggermente tannico del panettone, creando ponte aromatico perfetto tra dolcezza della pesca e amarezza calibrata delle erbe. È abbinamento che funziona su due livelli: Livello Gustativo: Le note balsamiche e mentolate del liquore rafforzano la componente speziata del Primitivo. La gradazione alcolica (35°) sostiene e prolunga la persistenza del vino nell’impasto, creando risonanza. Livello Territoriale: Salento nel panettone (pesca-Primitivo richiamano la tradizione estiva di mettere fettine di pesca nel vino rosso durante i pranzi in masseria), Salento nel bicchiere (amaro di Veglie con 45 erbe locali). È consonanza geografica totale, quasi commovente per chi conosce queste tradizioni.

Ogni Panettone Racconta Inequivocabilmente il Proprio Territorio

Non sono panettoni anonimi. Sono dichiarazioni d’identità geografica: Calciano racconta Basilicata orgogliosa, Bonifanti il Piemonte aristocratico della nocciola, Fiasconaro la Sicilia solare degli agrumi, Bonfissuto la Sicilia contemporanea che sperimenta, Alda il Salento contadino della memoria, Bernardi la Puglia estiva portata nell’inverno.

E dentro ogni Cupola Dorata c’è un Gesto Antico: Aspettare

Degustare sei panettoni artigianali in sequenza è esperienza fisicamente impegnativa. Ma è anche esperienza culturale profonda: si assaggia tempo solidificato, si mastica pazienza trasformata in dolcezza, si deglutisce scelta coraggiosa di chi ha deciso che la qualità non è negoziabile.

Il panettone artigianale italiano ha raggiunto maturità tecnica straordinaria. Non è più solo dolce: è opera d’arte commestibile che richiede conoscenza per essere apprezzata, ma ripaga con emozioni profonde.

Ogni panettone contiene ore di lavoro invisibili, saperi tramandati, scelte coraggiose. Merita tempo, rispetto, attenzione. Perché dietro quella cupola dorata c’è sempre qualcuno che ha scelto di dedicare giorni della propria vita a trasformare farina, burro e uova in qualcosa che ha il potere autentico di emozionare.

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