Il vino nelle cartoline di Frascati: antropologia del racconto turistico e origine dell’esperienza enogastronomica

Dicembre 12, 2025
di Dante SACCO

Le cartoline come dispositivi di comunicazione territoriale

Le cartoline turistiche, strumenti di promozione per eccellenza tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, offrono una lente affascinante sull’evoluzione del concetto di turismo. Nel caso specifico, le cartoline di Frascati non solo celebravano il patrimonio storico archeologico e paesaggistico ma raccontavano anche una storia meno evidente legata al vino dove in una forma schietta e diretta emergeva il patrimonio vitivinicolo come attrazione centrale delle gite fuori porta. Questi semplici oggetti cartacei possono essere considerati, a pieno titolo, una delle prime e più dirette manifestazioni visive del moderno turismo enogastronomico. Di fatti le cartoline turistiche di Frascati, oggetto di collezionismo e studio, quelle che mostrano la piazza con accanto un grande fiasco impagliato, botti e diciture scherzose del tipo ti mando un fiasco di vino in cartolina, non sono semplici curiosità da raccolta. Sono dispositivi comunicativi complessi che operano su più livelli: condensano paesaggio, prodotto, rito e ricordo in un unico oggetto cartaceo di pochi centimetri. Come ha osservato l’antropologo Duccio Canestrini, i souvenir sono “piccoli totem territoriali, oggetti chiacchieroni” prodotti per comunicare l’identità culturale di un luogo, e le cartoline turistiche rappresentavano una forma particolare di questo fenomeno: non solo oggetti da conservare, ma messaggi da spedire, testimonianze materiali di un’esperienza vissuta e condivisa. Queste cartoline funzionavano su due registri contemporaneamente: da un lato la veduta della città (piazze, ville, panorami dei Colli Albani) che legittimava l’origine geografica; dall’altro il simbolo enologico (fiasco di cannellino, barili, grappoli) che garantiva autenticità popolare e gusto locale. La combinazione di questi elementi creava quello che potremmo definire un atto performativo del territorio: spedire la cartolina non significava solo dire ti penso, ma trasformarsi in veicolo di trasmissione dell’identità del luogo. Il mittente diventava testimone, la cartolina diventa certificazione, il destinatario diventava spettatore remoto di un’esperienza territoriale che si materializzava attraverso l’immagine.

L’antropologia della cartolina turistica: oggetti che costruiscono immaginari

La prospettiva antropologica ci permette di comprendere come il turismo operi attraverso la costruzione di immagini e la trasformazione di pratiche culturali in oggetti turistici. La cartolina non era un semplice strumento di comunicazione postale, ma un vero e proprio agente culturale che partecipava alla costruzione dell’immaginario turistico come sottolineato dagli studi sull’antropologia del turismo, ove l’esperienza turistica si definisce attraverso il processo di incontro socioculturale mediato da rappresentazioni visive e simboliche. Nel caso specifico delle cartoline di Frascati, possiamo identificare diversi elementi che operano come codici territoriali. Il fiasco impagliato non è solo un contenitore per il vino, ma un simbolo che rimanda immediatamente alla ruralità italiana, all’artigianato, alla dimensione popolare del consumo enologico. La presenza del fiasco sulla cartolina trasforma un oggetto d’uso quotidiano in un marcatore identitario. La veduta urbana combinata con l’elemento rurale: questa giustapposizione crea una narrazione visiva del territorio come spazio che integra cultura cittadina e tradizione contadina, modernità e tradizione. La piazza (civitas) e il vino (terra) diventano inscindibili nell’iconografia turistica. La formula linguistica giocosa: espressioni come ti mando un fiasco operano su un duplice registro semantico (il fiasco come contenitore e il fiasco come insuccesso) creando un tono leggero e auto-ironico che facilitava la comunicazione affettiva e abbassava le barriere formali della corrispondenza. Come emerge dalla valutazione circa l’efficacia di questa comunicazione turistica, l’immagine pubblicitaria rimanda al luogo attraverso un mix di richiami rassicuranti e infarciti di stereotipi culturali, e alcune delle cartoline di Frascati esemplificano perfettamente questo meccanismo: semplificano la complessità territoriale in simboli immediatamente riconoscibili e commercialmente efficaci.

La nascita di un primitivo turismo enogastronomico attraverso le cartoline

Le cartoline di Frascati documentano visualmente un fenomeno storico di grande rilevanza: la nascita di un turismo enogastronomico ante litteram nel corso del Novecento. Prima ancora che il wine tourism e l’enogastronomia diventassero segmenti di mercato riconosciuti e organizzati, le cartoline testimoniavano un movimento spontaneo di escursionisti di fuori porta che associavano la gita a Frascati al consumo del vino locale. Con il progresso delle tecniche di stampa e l’aumento del turismo tra fine Ottocento e primi Novecento, le cartoline divennero effettivamente strumenti pubblicitari per promuovere destinazioni e attrazioni. Nel caso dei Castelli Romani e di Frascati in particolare, questo coincise con lo sviluppo delle linee ferroviarie che rendevano facilmente accessibile la zona da Roma. La gita domenicale, la scampagnata, la visita alle osterie divennero rituali urbani che le cartoline documentavano e promuovevano simultaneamente. Questo primitivo turismo enogastronomico aveva come caratteristica peculiare l’accessibilità geografica e sociale. Non si trattava del Grand Tour elitario, ma di un turismo di prossimità, popolare, legato ai ceti medi urbani che cercavano evasione nella campagna limitrofa. Le cartoline riflettevano questo carattere democratico attraverso l’uso di simboli popolari (il fiasco, l’osteria) piuttosto che monumenti aristocratici. Inoltre si assisteva all’integrazione di paesaggio e consumo in quanto l’esperienza turistica non era solo contemplazione estetica del paesaggio, ma includeva centralmente l’assaggio enogastronomico nel territorio. La cartolina rendeva esplicito questo nesso: il vino non era un prodotto da acquistare separatamente, ma parte integrante dell’identità del luogo. La funzione promozionale spontanea di ogni cartolina spedita diventava un veicolo pubblicitario involontario. Il destinatario riceveva non solo un saluto, ma un invito implicito a replicare l’esperienza. Si creava così una catena comunicativa che anticipava le moderne dinamiche del passaparola turistico. In tal senso si è avviata la costruzione della reputazione territoriale con la reiterazione del motivo Frascati-vino-fiasco attraverso quelle migliaia di cartoline spedite nel corso di decenni che hanno contribuito a consolidare un’associazione mentale durevole. Frascati diventava sinonimo di vino bianco, di scampagnata, di piacere conviviale, attraverso un processo di sedimentazione iconografica che precedeva e preparava il terreno per il successivo marketing turistico istituzionale.

Il racconto antropologico della cartolina: narrazione, memoria, identità

Dal punto di vista antropologico, la cartolina turistica rappresenta uno straordinario esempio di oggetto biografico, un artefatto che partecipa attivamente alla costruzione delle narrazioni personali e collettive. Secondo l’approccio antropologico al turismo, questo fenomeno costituisce una ricerca dell’autenticità e un momento di trasformazione per chi lo pratica. La pratica di acquistare, scrivere e spedire una cartolina era essa stessa un rituale che strutturava l’esperienza turistica. Il turista escursionista sceglieva tra diverse cartoline quella che meglio rappresenta la sua esperienza o l’immagine che voleva trasmettere. Nel caso di Frascati, scegliere la cartolina con il fiasco significa aderire a una narrazione territoriale consolidata, riconoscere e validare un determinato immaginario del luogo. Il messaggio scritto sul retro della cartolina era tipicamente breve, informale, affettivo. Frasi come bellissima giornata a Frascati, ottimo il vino! condensano l’esperienza in formule sintattiche spesso semplici e dirette, ma efficaci. Questa standardizzazione linguistica non impoveriva la comunicazione, ma la rendeva parte di un codice culturale condiviso. Lo stesso atto di affrancare e imbucare la cartolina trasforma un souvenir privato in un messaggio pubblico che attraversava lo spazio. La cartolina diventava dunque testimonianza materiale del movimento del corpo del turista nello spazio urbano visitato e del suo desiderio di relazione con le persone rimaste a casa. Chi riceveva la cartolina partecipava indirettamente all’esperienza turistica. Le cartoline diventavano mezzi di propaganda turistica ma anche testimonianze di storie personali e vissuti individuali. Molte cartoline venivano conservate in album, contribuendo alla costruzione della memoria familiare. Questo processo genera quello che potremmo chiamare un archivio popolare del turismo: migliaia di cartoline spedite, conservate, talvolta dimenticate in soffitte e poi riemerse nei mercati dell’antiquariato e del collezionismo, costituiscono una documentazione dal basso delle pratiche turistiche del Novecento. A differenza dei cataloghi ufficiali o delle guide turistiche istituzionali, le cartoline testimoniano ciò che realmente interessava ai turisti, le loro motivazioni autentiche, i loro modi spontanei di rappresentare e comunicare l’esperienza del viaggio.

Il vino di Frascati e il Frascati Superiore: identità enologica e rappresentazione

Per comprendere appieno il significato delle cartoline, è necessario considerare le caratteristiche del vino che esse rappresentano. Il vino di Frascati, storicamente bianco e prodotto nelle colline dei Colli Albani, è tra i vini più noti dell’area laziale. Tipicamente impiega uve Malvasia e altre varietà locali, con carattere fresco, floreale e sapido. La denominazione Frascati Superiore, oggi riconosciuta con normative DOCG/DOC a seconda delle tipologie, individua un prodotto più strutturato, fermo e secco, spesso sottoposto ad affinamenti che ne elevano complessità e tenuta. Il Superiore è presentato commercialmente come la versione “più nobile” del bianco frascatano. Queste caratteristiche enologiche e normative spiegano perché la bottiglia o il fiasco siano stati scelti come simboli visivi delle cartoline: rappresentano ancora oggi un’identità territoriale riconoscibile anche per un pubblico non esperto. Il vino di Frascati possedeva (e possiede) quella combinazione di qualità e accessibilità che lo rendeva perfetto per un turismo di massa: abbastanza buono da essere apprezzato, abbastanza economico da essere consumato generosamente, abbastanza caratteristico da essere ricordato.

Le cartoline come macchina di narrazione enoturistica

Nel quadro più ampio dell’Italia del Novecento, le cartoline turistiche hanno costantemente tematizzato il paesaggio agricolo e l’enologia. Carretti, botti, filari e vigneti sono diventati topoi ripetuti che trasformano la ruralità in una risorsa visiva vendibile al turista. Archivi commerciali e banche immagini conservano ampie collezioni di cartoline in cui l’enologia è una scenografia turistica: la campagna diventa cartolina, la cartolina diventa souvenir, il souvenir diventa promessa di un’esperienza ripetibile. Questo processo produceva quello che si potrebbe chiamare un turismo d’inciampo: il visitatore inciampava letteralmente nel simbolo (fiasco, sagra, etichetta) e se ne portava via una versione edulcorata e rassicurante del territorio. La cartolina operava come interfaccia tra la complessità reale del luogo e la sua rappresentazione semplificata e commercializzabile. Non si tratta necessariamente di falsificazione, ma di una traduzione culturale che seleziona determinati aspetti (il conviviale, il pittoresco, l’autentico-popolare) e ne oscura altri (il lavoro faticoso della viticoltura, le trasformazioni economiche, i conflitti sociali).

La sagra, la memoria rurale e l’impianto storico-politico
Le sagre locali, che oggi spesso accompagnano e alimentano la comunicazione turistico-gastronomica, hanno una genealogia lunga. Le loro radici risalgono alle feste rurali e ai culti di ringraziamento agrario dell’età romana, ma hanno subito una riformulazione moderna nei primi decenni del XX secolo. Negli anni del ventennio fascista, politiche agrarie, campagne per la “battaglia del grano” e la propaganda che esaltava la ruralità come nucleo dell’identità nazionale contribuirono a riformulare e istituzionalizzare pratiche, linguaggi e scene pubbliche legate al cibo e alla terra. In questo senso molte delle forme contemporanee di celebrazione gastronomica e di narrazione dell’identità rurale trovano almeno in parte un’alimentazione ideologica e organizzativa nel Novecento autoritario e nelle politiche per la modernizzazione rurale. Le cartoline, in quanto strumenti di comunicazione di massa economici e diffusi, parteciparono a questo processo di costruzione dell’immaginario rurale nazionale, veicolando visioni idealizzate della campagna italiana e dei suoi prodotti.

Lettura critica: autenticità, semplificazione, memoria

Le cartoline di Frascati con il fiasco impagliato non sono soltanto curiosità collezionistiche: sono dispositivi comunicativi compressi che meritano un’analisi antropologica approfondita. Leggendole insieme alla storia del vino (Frascati, Frascati Superiore), al quadro storico delle sagre e della propaganda rurale, e agli studi sull’antropologia del turismo, emerge un cortocircuito interessante. Ciò che doveva essere testimonianza di autenticità (la vigna, il fiasco, il vino locale) diventa cartolina-souvenir, e poi elemento di un racconto turistico che spesso semplifica e addomestica la complessità storica e sociale del territorio. Il turismo produce una dinamica culturale ambivalente: da un lato ravviva la coltura locale, dall’altro ne produce la trivializzazione attraverso la mercantilizzazione. Il risultato è un’immagine confortante, facile da spedire e da comprare, ma che, se non interrogata criticamente, rischia di occultare le dinamiche di trasformazione (economiche, politiche, culturali) che stanno dietro a quel paesaggio. La cartolina operava come schermo che mostra e nasconde simultaneamente: ostentava un’identità territoriale riconoscibile e rassicurante, nascondeva i processi storici complessi che hanno prodotto quella identità e che continuano a trasformarla. Tuttavia, sarebbe riduttivo liquidare le cartoline come semplici falsificazioni o banalizzazioni. Esse documentano autentici processi sociali: l’emergere di un turismo di prossimità popolare, la nascita di pratiche enogastronomiche di massa, la costruzione di identità territoriali attraverso la circolazione di immagini e oggetti. Sono testimonianze preziose di come le persone comuni vivevano, rappresentavano e comunicavano l’esperienza del viaggio fuori porta nel Novecento. In conclusione, le cartoline turistiche di Frascati con i loro fiaschi impagliati rappresentano un capitolo affascinante nella storia dell’antropologia del turismo italiano. Testimoniano la nascita di un primitivo turismo enogastronomico, documentano modalità popolari di narrazione e memoria, e ci invitano a riflettere criticamente sui modi in cui i territori costruiscono e comunicano la propria identità attraverso oggetti apparentemente banali ma culturalmente densissimi. Nell’era del turismo digitale e dei selfie istantanei, queste cartoline del Novecento ci ricordano che il desiderio umano di condividere l’esperienza del viaggio, di testimoniare la propria presenza in un luogo, di portare con sé un frammento materiale del territorio visitato, è una costante antropologica che assume forme diverse ma mantiene la stessa profonda radice: il bisogno di raccontare, ricordare, connettere e condividere le risate e la goliardia di una gita fuori porta.

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