Pasticciotto Day: l’ellisse che abbraccia Lecce

Giugno 14, 2026
di Luigi Sances

Dall’anfiteatro romano alla frolla dorata: viaggio nella geometria dell’accoglienza — e dell’insolenza gentile — che attraversa due millenni di storia salentina

Il profumo che anticipa tutto

Fonte: Canali social Pasticceria Murciano-Lecce

Certe mattine di giugno, a Lecce, l’aria profuma di pasta frolla prima ancora che i forni si accendano. È un’essenza densa, ancestrale, capace di risalire i vicoli e impregnare la pietra color miele come se appartenesse alla topografia della città quanto i suoi fregi barocchi.

Il 4 giugno questo profumo non era semplicemente nell’aria: era l’aria stessa.

Festeggiare la settima edizione del Pasticciotto Day assume quest’anno un significato duplice. Da un lato, la consacrazione globale di un simbolo: dalle sponde del Salento a Parigi, da Bruxelles a Barcellona, fino a San Paolo e Florianópolis, il pasticciotto è stato celebrato in contemporanea al prezzo simbolico e democratico di un euro. Piazza Mazzini si è trasformata in un laboratorio a cielo aperto tra percorsi degustativi e le tele estemporanee del concorso Pasticciotto Love Art. Un dolce identitario, eppure così internazionale da essere arrivato persino sui tavoli diplomatici della Farnesina, nell’incontro tra il ministro Tajani e il segretario di Stato USA Rubio.

Fonte: foto W.F.V.

Dall’altro lato, questa ricorrenza coincide con il secondo anniversario del blog Wine Food Voyage. In due anni passati a raccontare territori, vitigni e storie d’Italia, non avevo ancora dedicato una riflessione profonda al totem gastronomico della mia città. Forse per quella strana cecità che ci colpisce verso le cose troppo familiari: il pasticciotto della domenica, le colazioni d’infanzia, i rituali domestici. Lo diamo per scontato finché un compleanno condiviso non ci costringe a guardarlo davvero — scoprendo che la sua frolla nasconde il codice segreto di un’intera civiltà.

Ci sono città che si raccontano attraverso la storia e altre attraverso l’arte. Lecce fa qualcosa di più straordinario: si racconta attraverso una forma geometrica.

L’ellisse

Non è un’idea. È una presenza. La ritrovi ovunque — nei monumenti, nelle strade, nel carattere della gente, perfino nelle storie più irriverenti che la città si tramanda sottovoce, con quel sorriso storto che a Lecce vale più di mille dichiarazioni solenni.

I. L’anfiteatro e la Piazza: il primo abbraccio urbano

Nel cuore geometrico e storico della città emerge l’antico Anfiteatro Romano. Da quasi duemila anni, la sua pianta ellittica custodisce la memoria di Lupiae. Non si tratta solo di una soluzione architettonica, ma del primo grande gesto urbanistico dell’accoglienza leccese: un abbraccio di pietra. Uno spazio nato per raccogliere la comunità attorno a un centro visivo ed emotivo. Le gradinate avvolgono lo spettatore come braccia aperte; persino nel Medioevo, la città non se ne separò mai davvero, inglobando le arcate nel tessuto urbano come si custodisce un figlio in grembo.

Fonte: Immagine WFV con I.A.

Pochi passi più in là, in Piazza Sant’Oronzo, la stessa figura geometrica riaffiora e organizza lo spazio pedonale. Al centro di questa ellisse non c’è una fontana o un monumento equestre, ma un mosaico: la lupa che incede sotto l’albero di leccio, realizzata nel 1953 da Giuseppe Nicolardi con i ciottoli calcarei delle scogliere di Capo di Leuca e Santa Cesarea Terme, tessera dopo tessera, per quattro mesi, con la pazienza di chi sa che sta costruendo qualcosa destinato a durare. L’ellisse urbana abbraccia così uno stemma dal carattere fiero, selvatico, mai addomesticato. La modernità non ha cancellato la geometria antica: l’ha assorbita.

II. L’Arcu te Pratu e l’insolenza borbonica

— Un’ellisse anche questa: ciò che entra da un lato, esce dall’altro cambiato di segno —

Se ogni arco della città è una soglia che invita all’incontro, è nei pressi di Porta Napoli — l’antico Arcu te Pratu, eretto nel 1548 per Carlo V — che la geometria si fa carne, storia e sberleffo.

Siamo nel tardo Settecento. Re Ferdinando IV di Borbonere lazzarone lo chiamavano a Napoli, per l’educazione volutamente popolare e i modi tutt’altro che regali, re nasone per ragioni più anatomiche — fa il suo ingresso a Lecce sulla carrozza del celebre vetturino mastro Fusulicchiu, la cui discesa — la scisa te lu fusulicchiu — era già proverbiale tra i vicoli del centro. Il Sindaco accoglie il sovrano con la pompa magna del protocollo e un discorso fiorito dedicato alla magnificenza della porta che si apriva al suo passaggio. Il re liquidò il tutto con un secco e popolaresco:

” Io, me ne fotto.”

La risposta leccese non si fece attendere, ma arrivò al momento dei saluti. Alla partenza del re, le strade erano spettrali, deserte. Incuriosito e indispettito, Ferdinando chiese spiegazioni. Il Sindaco, con quella compostezza barocca che sa farsi scherno elegantissimo, rispose:

“Maestà: Lecce è città d’arte e se ne fotte di chi viene e di chi parte.”

Fonte: immagini WFV con I.A.

I leccesi presero quel “me ne fotto” reale e lo ribaltarono in un’ellisse semantica: una formula gergale in cui il segno si inverte pur mantenendo la stessa identica forma. Da quel giorno, nel dialetto locale, l’insolenza regia si riscatta con un’espressione apparentemente dolciastra:

“Piacere allu pasticciottu.”

Una pausa. Perché qui occorre capire. Pasticciottu non indica il dolce: funge da ironico e tagliente eufemismo. È la lama nascosta nel miele, l’insolenza restituita con gli interessi e avvolta nella frolla della lingua popolare. Stessa forma, stesso contenuto, segno perfettamente rovesciato.

Fonte: Canali Social Pasticceria Murciano -Lecce

Il viaggio della curva prosegue nella magnificenza della Basilica di Santa Croce. Qui il barocco leccese sublima l’ellisse in meraviglia: i cartigli, gli ovali decorativi e le volute raccontano una pietra che rifiuta la rigidità dell’angolo retto per preferire la carezza della curva. La pietra non delimita. Avvolge.

III. Dal Barocco al Razionalismo: le orme nel tufo

Se l’anfiteatro inventa l’abbraccio, Santa Croce lo scolpisce.

Nelle opere di Gabriele Riccardi la forma curva dialoga continuamente con quella lineare. Guardate la celebre colonna inglobata nella facciata: un fusto verticale, rigido, assiale, che la pietra barocca abbraccia senza divorare, come si tiene qualcosa di prezioso senza stringere troppo. Ed è lì, in quel punto esatto, che si percepisce l’incontro tra opposti: tra umano e divino, tra terra e cielo, tra materia e spirito.

Queste stesse ellissi incise nella pietra squadrata — orme di pasticciotto impresse nel tufo, verrebbe da dire — riaffiorano pochi passi più in là, nel Sedile di Piazza Sant’Oronzo: la loggia cinquecentesca che fu sede del governo cittadino, dove la pietra leccese ripete gli stessi segni curvi come un alfabeto segreto tramandato da secoli senza bisogno di spiegarlo. L’ellisse cessa di essere mero ornamento e si fa linguaggio politico e civile.

Fonte: Foto Lecce

Persino il Novecento ha dovuto capitolare di fronte a questa vocazione. Il Palazzo INA, splendido esempio di razionalismo cittadino, mitiga la severità tipica del regime piegando il rigore geometrico alle proporzioni umane e alle curve del contesto leccese. Anche la modernità, a Lecce, ha dovuto imparare a parlare il dialetto dell’armonia.

Fonte: Foto Lecce

IV. L’epifania della frolla: l’architettura perfetta

E alla fine di questo itinerario geometrico e spirituale, arriva lui. Il pasticciotto.

Piccolo, dorato, scrigno individuale.

Guardatelo: è un’ellisse perfetta. Custodisce nel suo cuore una crema pasticcera densa e profumata, imprigionata nella frolla come un segreto millenario protetto da mura di tufo. Nato a Galatina nel Settecento dall’ingegno di necessità del pasticcere Ascalone — un pasticcio di ritagli di frolla e rimasugli di crema cotto in un piccolo stampo di recupero — è oggi il monumento più democratico del Salento. Non conosce ranghi né sovrani.

Fonte: Foto WFW

Lo addenti e la frolla cede con una resistenza appena accennata, prima di cedere all’abbraccio della crema profumata di vaniglia e scorza di limone. Si consuma rigorosamente caldo, al mattino, con il caffè espresso — alla leccese: in ghiaccio, con la mendula. Non è merenda, non è dessert: è rito quotidiano, identità condivisa, gesto di appartenenza. (Chi vi dice che si possa mangiare freddo, semplicemente mente a se stesso.)

Fonte: Canali Social Pasticceria Murciano Lecce

Nessun documento storico potrà mai dimostrare che il pasticciotto sia nato copiando la pianta dell’anfiteatro o gli ovali di Santa Croce. Sarebbe un azzardo accademico. Ma le città possiedono una memoria genetica più profonda degli archivi: tramandano gesti, armonie, sensibilità invisibili.

E allora viene da pensare che Lecce, inconsapevolmente, abbia continuato per secoli a rispondere alla stessa domanda — come si abita magnificamente il mondo? — disegnando la stessa identica forma.

L’ellisse dell’anfiteatro. L’ellisse di Piazza Sant’Oronzo, con la lupa al centro dal carattere mai addomesticato. Gli archi della città antica — e l’Arcu te Pratu con la sua storia di sberleffi regali. Gli ovali di Santa Croce, quelle orme di pasticciotto nel tufo del Sedile, quella colonna abbracciata e mai soffocata. Il razionalismo addolcito del Palazzo INA.

L’ellisse dorata del pasticciotto, con il suo cuore di crema tenuto segreto fino all’ultimo morso. Un filo invisibile lega l’archeologia alla gastronomia, la pietra alla crema, la storia all’accoglienza.

Foto Lecce

Il cuore “presciatu” di Lecce

Il vero segreto di Lecce non è solo nella sua sfolgorante bellezza estetica, ma nel modo in cui abita quella bellezza. È una città dal cuore presciatu: generoso, vibrante, aperto. Una comunità che sa distinguere il viaggiatore dal conquistatore, che risponde all’arroganza con la dignità del proprio silenzio — o con una frase che taglia come un coltello da cucina appena prima di sorridere.

L’abbraccio, a Lecce, non è mai un segno di sottomissione. È una scelta identitaria e consapevole. Il gesto più autenticamente leccese non si trova nei libri di storia, ma nel bancone di una pasticceria all’alba, quando la città è ancora senza trucco: è quel passarsi un pasticciotto caldo e un caffè in ghiaccio, un’offerta spontanea che non chiede nulla in cambio, perché a Lecce accogliere è natura, non cerimonia.

Da duemila anni questa città disegna la stessa figura.

Un’ellisse.

Che è poi la forma esatta delle braccia di qualcuno quando si aprono per accoglierti.

Fonte: Immagine WFV con I.A.

Buon compleanno, Wine Food Voyage.

Due anni di racconti.

E alla fine uno dei viaggi più belli era nascosto nell’ellisse dorata di un pasticciotto!

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